"La guerra dei cafoni" di Carlo D’Amicis

C’è due volte la Puglia in La guerra dei cafoni (pp. 224, euro 13), uno degli ultimi romanzi della prestigiosa collana Nichel di minimum fax, diretta da Nicola Lagioia. Per l’autore, Carlo D’Amicis, da molti anni residente a Roma ma originario di Taranto. E per l’ambientazione tutta salentina, nel paese di Torrematta, in una zona che Mario Desiati, in una sua recensione pubblicata sull’inserto barese di «Repubblica», identifica nella spiaggia di Torre Ovo, tra Campomarino e San Pietro in Bevagna. Carlo D’Amicis, classe 1964, è già famoso in Francia e ha già pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa, 1996), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998, selezione Premio Strega), Ho visto un re (Limina, 1999, Premio Coni per la letteratura sportiva), Amor Tavor (Pequod, 2003), Escluso il cane (minimum fax, 2006).

Un gran numero di recensioni sul romanzo di D’Amicis è possibile recuperarlo dal sito della casa editrice romana, esattamente qui. Questo in sintesi il contenuto del libro: «Estate 1975. In un villaggio della costa salentina si rinnova la guerra che oppone i ragazzini benestanti ai figli dei pescatori, dei pastori, dei contadini: i cosiddetti cafoni. A dichiarare e alimentare questo conflitto è il quattordicenne capo dei signori, che fa Angelo di nome, ma che nel soprannome porta il segno del campione e della perfidia: Francisco Marinho (rapinoso calciatore brasiliano dell’epoca), altrimenti detto il Maligno. Ossessionato dall’odio per i cafoni, Francisco Marinho combatte in nome dell’ordine sociale, della divisione di classe, della continuità storica. Ma quando, per un tragicomico equivoco, nella sua visione del mondo subentra una punta di compassione – o forse di affetto, o forse di amore – verso una giovane cafona, la separazione tra il bene e il male comincia a offuscarsi. Intorno a lui, i sintomi di una stagione nuova: dove il prestigio o la disgrazia dell’essere cede il passo all’arroganza dell’avere. La guerra dei cafoni non sarà più scontro tra i ranghi che ribadiscono lapropria natura, ma lotta di conquista, arrampicamento, disordine collettivo e interiore. Metafora, attraverso un microcosmo di ragazzini indemoniati, del cambiamento collettivo che inquegli anni trasfigurò il nostro paese, il nuovo libro di Carlo D’Amicis è poema cavalleresco e satira sociale, romanzo di formazione e divertissement pulp, tragedia dell’antica borghesia e commedia dell’Italia moderna». Questa invece una parte della recensione di Michele Trecca apparsa sulla «Gazzetta del Mezzogiorno»: «”Li cafuni”, a quel tempo, non ci sono più, come le lucciole di Pasolini. Hanno venduto l’anima al diavolo, sono diventati consumatori, solo con meno gusto e meno soldi degli altri. Dice Marinho del suo avversario al flipper: “l’anello che esibiva al mignolo, i pantaloni a zampa d’elefante, quella stessa chioma che gli piombava – sì – gravida di sugna sulla nuca, ma con u n’idea di acconciatura alla Franco Gasparri, rivelavano qualche rudimento di civiltà”. È cambiato il mondo, in quel lontano 1975, anche in Italia e a Torrematta. I media hanno vinto, il villaggio è globale, i proletari sono scomparsi, i consumatori si sono uniti. Non è più tempo di guerrieri ed eroi».