Gino Dato intervista Marco Rovelli

Un salto fuori dalla Puglia per parlare di uno dei libri più interessanti pubblicati negli ultimi mesi: dopo l’esordio di Lager italiani, Marco Rovelli ha infatti pubblicato Lavorare Uccide, dove raccoglie testimonianze, racconti e tragedie di morti sul lavoro in Italia. Lo ha intervistato, sulla pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, l’editore pugliese Gino Dato:

Che cosa significa poi morti bianche?

«È una parola che andrebbe cancellata dal lessico mediatico e successivamente dal vocabolario. È una espressione menzognera. Significava un tempo le morti in culla, quelle dei neonati, di cui non si capivano le ragioni e le responsabilità».

E le morti sul lavoro?

«Sono veri e propri omicidi bianchi. Una causa c’è sempre ed è individuabile. Altra cosa è che non venga mai sanzionata e nessuno paghi. Intanto, un primo passo sarebbe quello di abolire l’espressione e sostituirla con un’altra, omicidi bianchi, che negli anni Cinquanta aveva cominciato a circolare. Poi il lessico mediatico ha tirato fuori questa espressione».

Il libro è uscito nel momento in cui c’è una recrudescenza. Che cosa aggiunge a quello che già sappiamo e vediamo?

«Il mio intendimento è stato di restituire un senso alle morti bianche. I media ce ne danno dei loculi anagrafici. Ma non possono passare per fatalità. Ho in realtà raccontato una storia di storie, sia nella loro singolarità, nella loro irriducibile univocità, ma ho provato anche a trarne un senso universale».

Quali sono l’arco cronologico e i luoghi di cui tratta?

«Ho girato tutta l’Italia e, in generale, i fatti si riferiscono agli ultimi anni. Ritrovo un incrocio strano di modernità e arcaismo, la più avanzata modernità non può fare a meno dell’arcaismo. Alla fine, ho individuato delle ragioni che non sono fatalità, ma che hanno a fare con la natura del tessuto produttivo italiano».

Lei parla di una cultura d’impresa che non prende in considerazione la sicurezza sul lavoro.

«La sicurezza sul lavoro e in generale il lavoro umano sono una variabile dipendente. Al centro della cultura d’impresa c’è il profitto, il reperimento di tassi sempre più alti di profitto, anche solo rispetto a venti anni fa, e questo va direttamente a discapito della sicurezza del lavoro».

E questo rapporto è così schiacciante che non si riesce a trovare dei correttivi?

«Ci sono, solo che, essendo le ragioni delle morti sul lavoro attinenti alla struttura del tessuto produttivo, è chiaro che non vengono messe in atto. Spesso si dice che le leggi ci sono. Certo, la 626 è una legge avanzata, ma non viene rispettata. Il punto è: perché non viene rispettata? La risposta è: perché in qualche modo la natura del nostro sistema produttivo non consente di rispettarla. Neanche il raddoppio degli ispettori del lavoro o dei tecnici della prevenzione potrebbe essere adeguato al raggiungimento».

Diciamo che la legge del profitto crescente è una delle prime cause delle morti sul lavoro. Ci si chciede mai se oggi non ci sia una generale inadeguatezza tecnologica?

«Non ho pensato a questo, non rientra nei mie paradigmi mentali. Credo che ci sia una inadeguatezza di un sistema che non consente all’uomo di lavorare in sicurezza. In questo senso l’uomo è una appendice, la vera cintura di sicurezza sarebbe lavorare con lentezza».

Perché?

«Se l’uomo lavorasse con lentezza e non fosse schiacciato dalla dimensione del lavoro e della produttività, gli incidenti e le morti diminuirebbero. Drasticamente. Ma questo è un sistema che va in tutt’altra direzione: c’è la intensificazione dei tempi del lavoro, la detassazione degli straordinari, l’Unione europea che sfonda il muro delle 48 ore conquistato nel 1917. Quando una civiltà intera dà valore al lavoro sopra ogni cosa, ma al lavoro volto al profitto e non certo alla soddisfazione dei bisogni umani, questi sono i risultati».

Si assiste poi a una forte caduta di potere del sindacato…

«Il sindacato è l’insieme dei lavoratori organizzati. Ma quando il mondo del lavoro è assolutamente disarticolato e disorganizzato e il movimento dei lavoratori comunque ha subìto una sconfitta storica, il sindacato perde la sua autorità, il suo ruolo. Si ritrae. Sicché, se cerca invece di lottare, può succedere che, voltandosi, non trovi nessuno al suo seguito».

Qual è lo stato d’animo dei familiari delle vittime? C’è una costante nel loro comportamento?

«I familiari delle vittime hanno la tonalità della solitudine, non c’è alcun tipo di rete di sostegno sociale da tanti punti di vista, sia per l’attivazione delle procedure per il risarcimento sia per la ricerca della giustizia. È talmente tortuoso il percorso, che quei pochi che lo fanno si ritrovano a imbattersi in mille problemi. E vengono così indotti a contentarsi».

Potremo arrivare a scrivere un libro con il titolo «Lavorare non uccide»?

«Credo proprio di no, è una ipotesi improbabile e fantascientifica».