"Il paese delle spose infelici", di Mario Desiati

È finalmente in libreria da alcuni giorni il nuovo attesissimo romanzo dello scrittore Mario Desiati (nato a Martina Franca nel 1977), il terzo, che segue il bellissimo Vita precaria e amore eterno pubblicato due anni orsono sempre per Mondadori. Su Il paese delle spose infelici (pp. 229, euro 17,50) tornerò a esprimermi tra qualche giorno, terminata la lettura. Per il momento, riporto una delle già numerose recensioni ottenute dal romanzo di Desiati, quella di Alessandro Leogrande pubblicata la scorsa settimana sul «Corriere del Mezzogiorno», assai importante perché Leogrande, oltre a essere conterraneo di Desiati, è certamente il più attento conoscitore, come dimostrano le sue stesse pubblicazioni, della Taranto degli anni Novanta (quella che ha visto l’ascesa e il declino (?) di Giancarlo Cito) che fa da sfondo, insieme alla sua provincia, al romanzo di Desiati. Ecco quindi alcuni stralci della recensione di Leogrande:

Ad aprire l’ultimo romanzo di Mario Desiati (Il paese delle spose infelici, edito da Mondadori) c’è una scena surreale. Sotto un sole mite, una sposa vestita di bianco si immerge nelle acque limacciose del Taras, il torrente che scorre tra il paese di Massacra e lo stabilimento siderurgico dell’Ilva, mentre alcuni operai che sono nei paraggi in pausa pranzo, stracchi dal lavoro, si lanciano goffamente per cercare di salvarla. Quella donna è la «regina delle spose infelici», la dea sovrana di tutte quelle donne «con le stimmate dell’insoddisfazione» ingabbiate in matrimoni che non hanno voluto e a cui non riescono a ribellarsi. Sono tante, sono molte, e a volte decidono di farla finita. Delle loro gesta sono piene le storie orali di ogni paese, anche in anni recenti. «Ciascuno di noi», scrive Desiati, «poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice». […] Il dramma delle spose infelici (quasi un affresco post-demartiniano sulle nevrosi femminili meridionali) è lo sfondo di un triangolo amoroso che corre verso il disastro. C’è Francesco Rasoschi detto “Veleno” (un piccolo borghese fallito, incapace di scelta e di rivolta, che è l’io narrante del romanzo); c’è il sottoproletario che finisce male Zazà (suo amico di infanzia, ma di quelle amicizie che non riescono mai a fondersi veramente); e poi c’è lei, Annalisa, la dea sovrana delle viscere di Martina, una ragazza dal «profilo fulminante» e un po’ svitata, una sorta di paria del sesso, il cui corpo è abusato, senza amore, da centinaia di uomini e giovinastri. “Veleno” ama follemente Annalisa, senza essere ricambiato, e Annalisa ama a modo suo Zazà, che invece si perde di detenzione in detenzione. […] Con Desiati questo grumo di tensioni e insoddisfazioni raggiunge una sua piena dimensione letteraria, attraverso una prova che sembra evocare più la letteratura novecentesca (Brancati, Siciliano, Arbasino) che non allinearsi alla frastagliata galassia del post-moderno. E poi c’è Taranto, la città degli sterminati falansteri e delle mille crisi che a coloro che vivono in provincia finisce sempre per incutere un certo timore: «Mi sembrava così miracoloso che Martina fosse tanto vicino a un luogo tanto catastrofico». Gli anni delle spose infelici sono anche gli anni dell’ascesa e caduta di Giancarlo Cito (le cui gesta altrettanto surreali ogni tanto appaiono nel romanzo), delle morti in fabbrica, dell’inquinamento che si rovescia sulla città in nuvole di polvere rosse e grigie. Nel rapporto irrisolto tra Taranto e la sua provincia c’è una potente miccia che fa detonare la storia che Desiati racconta.