Francesco Granatiero rilegge Jacopone da Todi

Dalla Rubrica LaPugliaCheScrive
Scritto da Redazione

ottolaude

Torniamo anche oggi a parlare di Capitanata, dopo il volume di ieri sulle bellezze del Gargano. Oggi passiamo invece a segnalare un libro di poesie di uno dei maggiori e prolifici poeti dialettali pugliesi viventi, Francesco Granatiero di Mattinata, alcune cui liriche sono state incluse anche nella raccolta Puglia in versi curata da Daniele Maria Pegorari e pubblicata da Gelsorosso. In quest’ultimo libro di poesie Granatiero opera un originale esperimento: la rilettura delle Laudi di Jacopone da Todi nel dialetto di Mattinata. Il volumetto, dal titolo Patrenùstre otte a ddenare. Pregare con Jacopone. Otto laude in dialetto garganico è pubblicato dalle Edizioni Cofine di Roma, casa editrice per la quale Granatiero ha già pubblicato nel 2002 la raccolta Scùerzele (Spogliata) 1995-2000, e che segue la precedente raccolta, già segnalata su PugliaLibre, Passète.

Il titolo di questa ultima pubblicazione di Granatiero è così spiegato: nella raccolta sono compresi otto Paternostri di penitenza per ogni soldo di debito contratto con il peccato. Granatiero è convinto che «solo nella concretezza delle metafore attinte al mondo agricolo-pastorale, solo in un altro volgare, com’è il dialetto garganico, è possibile far rivivere oggi la forza della lingua viva, ora colta ed ora rozzamente popolare, ma sempre efficacissima, di Jacopone da Todi. Non esiste un documento letterario illustre in volgare garganico o di Capitanata, ma si può presumere che il lessico più arcaico dei nostri dialetti non sia molto distante dai corrispettivi volgari dell’epoca di Jacopone». Le traduzioni di Granatiero, del resto, rispecchiano ritmo, rime e figure retoriche originali; ma, tiene a precisare l’autore, «spero che il mio dialetto non sia troppo musicale. Questo potrebbe forse andare a scapito della sincerità dell’arte jacoponica». «Non esiste un documento letterario illustre in volgare garganico o di Capitanata, – continua Granatiero – ma si può presumere che, trascurando le più recenti trasformazioni fonetiche, il lessico più arcaico dei nostri dialetti non sia molto distante dai corrispettivi volgari dell’epoca di Jacopone».

Stefano Savella

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