“Il Santuario di Sant’Angelo a Santeramo”

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Roberto Caprara, Domenico Caragnano, Franco dell’Aquila, Giuseppe Fiorentino, Luciano Rampino. Il santuario di Sant’Angelo a Santeramo. Atti dell’Incontro per la valorizzazione dei beni culturali del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, Santeramo in Colle (BA), 16 aprile 2005, presentazione di Michele D’Elia, Mario Adda Editore, Bari 2008, pp. 156.

di Nunzio Bianchi

A circa quattro km da Santeramo, lungo la strada che conduce ad Altamura, in contrada Sant’Angelo, si può incrociare un fabbricato rurale abbandonato e racchiuso da un’alta recinzione a secco. Dietro queste dirute apparenze, si cela un patrimonio di storia e cultura di straordinario interesse, sottoposto a vincolo di tutela dal 1939. Si tratta di un complesso costituito da tre edifici accostati con forma allungata e copertura con volte a botta: solo approssimandosi al corpo di fabbrica di sud-est è possibile cogliere le tracce antichissime che si celano dietro questa masseria abbandonata (oggi di proprietà privata). All’interno, il nartece e l’abside rivelano l’originaria funzione di culto di questa struttura: dettagli architettonici e soluzioni formali permettono di collocare questa chiesa intorno alla metà del XII secolo. Ma non è tutto: all’interno, nella parete meridionale, un’apertura conduce attraverso una ripida rampa ad un ambiente ipogeo: una tipica grotta di natura carsica, che fu luogo di culto più antico dedicato a s. Michele, custodisce tuttora resti di affreschi e migliaia di graffiti.

Al complesso di Sant’Angelo, ancora in attesa di essere adeguatamente valorizzato, è stato dedicato un incontro sulla valorizzazione dei beni culturali dell’Alta Murgia svoltosi a Santeramo nell’aprile del 2005, i cui atti sono ora raccolti in questo volume. Al Saluto del Sindaco (pp. 7-8) e alla Presentazione di Michele D’Elia (pp. 9-12) segue il primo contributo di Franco dell’Aquila: Note sulla storia della Murgia: il territorio intorno a Sant’Angelo (pp. 13-43). Il territorio di Santeramo ricade nell’area del Parco dell’Alta Murgia, della quale si tracciano in queste pagine «alcune note storiche a documentare la vitalità che ha movimentato ed animato queste contrade nel Medioevo» (p. 14); si passano in rassegna alcuni documenti nei quali è fatto riferimento a questo centro pugliese; in Appendice (pp. 41-3) è ripubblicato un prezioso documento del 1136, nel quale per la prima volta è fatta menzione di Santeramo e della chiesa di Sant’Angelo.

Nella grotta di Sant’Angelo è stato rinvenuto un gran numero di affreschi e iscrizioni. Un piccolo, ma significativo campionario di questo materiale tuttora inedito e per lo più ignoto è raccolto e illustrato da Roberto Caprara in Graffiti e iscrizioni della grotta di Sant’Angelo (pp. 45-81). Benché sulle testimonianze scrittorie e pittoriche della grotta avesse già richiamato l’attenzione nel 1975 il benemerito Ignazio Fraccalvieri, nessuno in seguito sembra essersi occupato di Sant’Angelo sino al 2003, anno della dissertazione di laurea di Giuseppe Fiorentino, al quale va riconosciuto il merito di aver riacceso l’interesse su questo straordinario patrimonio. Sopralluoghi successivi hanno quindi permesso di accertare «l’esistenza di un centro di culto micaelico di primaria importanza fra quelli noti nell’antica Apulia, secondo solo – forse – al grande centro di pellegrinaggio garganico» (pp. 46-47).

Alla mancanza di un’estesa e accurata indagine archeologica e di dati cronologici sopperisce per ora lo studio comparativo. Il confronto con altri centri antichi di culto micaelico in grotta esistenti in Puglia (Monte Sant’Angelo, Minervino Murge, Statte, Massafra) porta a ritenere che questa grotta sia stata sede di un culto delle acque di stillicidio «già in epoca molto antica, forse anche preclassica. Cristianizzata in età altomedioevale (già nel V secolo? O in età longobarda, VII-VIII secolo?) fu dedicata a san Michele arcangelo» (p. 81). Molto resta ancora da scoprire e catalogare, moltissimo ancora da studiare. Quanto ai graffiti, si scorgono croci, croci monogrammatiche, croci potenziate, croci di s. Andrea, stelle a cinque punte, esagoni, una nave. Quanto alle iscrizioni, «solo alcune di esse sono state a tutt’oggi interpretate e non è detto che siano le più importanti» (p. 66). Si segnalano: l’acclamazione a Cristo nikā, i nomi Colaus (per Nicolaus) e Sabinus, l’invocazione memento domine (in un caso, il tracciato di una lettera e sembra essere quello tipico della scrittura libraria beneventana, in uso in Italia meridionale dal secolo XI), il corrispettivo greco μνηστηθι (riprova «della frequentazione della grotta da parte di ellenofoni», p. 70) e in fine un’iscrizione che, «in caratteri chiaramente già umanistici, può essere collocata nel XV secolo» (p. 70): Schivami dai mali me a nome bella bella. Questa iscrizione in volgare è una delle ultime testimonianze in ordine di tempo: dopo di che, questo luogo di culto micaelico, vivo per un millennio, sembra essersi avviato verso il declino.

Sulla ricca documentazione pittorica (in gran parte purtroppo andata in rovina) si sofferma Domenico Caragnano (La decorazione pittorica, pp. 83-112), con ricco e suggestivo apparato fotografico. L’arco della porta d’accesso alla grotta era in origine decorato da un dipinto di cui sopravvivono pochi frammenti di difficile interpretazione e datazione: si intravedono parti di un pesce (simbolo qualificante dei cristiani). All’interno, sulla volta e le pareti è raffigurata la discesa dello Spirito Santo; sulla lunetta posta al di sopra del descenso troneggia Cristo Pantocratore, affiancato a destra e sinistra dagli apostoli. Il confronto con le fotografie eseguite dal Fraccalvieri nel 1975 denuncia il grave stato di degrado e l’inesorabile perdita di materiale pittorico; e tuttavia la caduta di materiale ha permesso di accertare la presenza di uno strato pittorico precedente. «Lo strato più recente della Discesa dello Spirito Santo e del Cristo Pantocratore […] deve essere datato tra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo, mentre il secondo strato è attribuibile alla fine del XII-inizi del XIII secolo» (p. 91). In asse con la porta d’ingresso, in una nicchia chiusa in alto da un arco a tutto sesto affiorano tracce policrome «dell’arcangelo Michele in posizione frontale, con le ali aperte, il globo nella mano sinistra e nella mano destra la lancia che trafigge la bocca del drago» (p. 92). Sulla parete sinistra, in condizioni alquanto precarie, si scorgono i resti di una Vergine col Bambino, affiancata a sinistra dall’Arcangelo Michele e a destra da san Giovanni Battista.

Alle pagine di Giuseppe Fiorentino (Recupero e valorizzazione di Sant’Angelo, pp. 113-45) sono affidate le descrizioni tecniche della chiesa (con un’efficace ipotesi di ricostruzione planimetrica: p. 125, fig. 14) e della grotta: il tutto documentato da un ampio apparato di grafici (planimetrie, sezioni, tessiture murarie). Una seconda parte di questo contributo è dedicata all’inquadramento di Sant’Angelo all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, alle ipotesi di recupero, valorizzazione e promozione culturale. Il Parco può essere «occasione di riscatto offerta alle comunità locali per la salvaguardia, lo sviluppo e la promozione di quest’area unica del Mezzogiorno d’Italia e, nel caso specifico, di recupero e valorizzazione dell’antico santuario di Sant’Angelo in Santeramo» (p. 136). Per garantire la conservazione e la tutela del patrimonio del parco e lo sviluppo culturale e socio-economico del territorio il modello più adatto e vitale sembra essere il binomio ecomuseo-parco, inteso quale «museo all’aperto da riscoprire attraverso una serie di percorsi tematici in cui vari ambienti s’intrecciano realizzando un connubio tra identità culturale e promozione turistica ed economica» (p. 138). In questo senso, Sant’Angelo si candida a svolgere il ruolo di ‘porta’ sud-orientale del Parco, non solo come luogo-simbolo, ma anche e soprattutto come punto di partenza e aggregazione nei percorsi turistici presenti nel territorio, centro di rilancio culturale dei beni presenti nel Parco (fenomeni carsici, testimonianze rupestri, chiese rurali, masserie, tratturi etc.) e al tempo stesso soluzione più idonea al recupero e alla fruizione di Sant’Angelo stesso (alcuni edifici della masseria Sant’Angelo potrebbero essere utilizzati come spazi espositivi, laboratori didattici etc.).

Alle pagine conclusive del volume (Un documento inedito su Sant’Angelo, 147-156) Luciano Rampino affida alcune riflessioni e segnalazioni. Alla consapevolezza di quanta storia di Santeramo «sia tuttora sommersa, di quanta ne vada ancora scritta e, soprattutto, del fatto che se a tutt’oggi poche sono le notizie che conosciamo del passato di questa cittadina, ciò non è certo da imputare alla mancanza di una storia» (p. 147), si accompagna la segnalazione di un documento (già edito, ma del tutto ignoto agli studiosi del territorio), risalente agli anni 1274-1275, in cui compare il toponimo S. Angelus de Lacutrabaccu (Lago Travato è l’odierno toponimo della zona in cui ricade il santuario): una prima e provvisoria esegesi di questo testo induce a ritenere che a quel tempo a Sant’Angelo vi fosse una fiorente comunità monastica. Al di là di questo documento, non abbiamo per ora altre notizie su Santeramo e Sant’Angelo: occorre arrivare al 1700 per trovare nuove testimonianze documentarie.