Intervista a Alessandro Leogrande/1

Dalla Rubrica Monografia
Scritto da Redazione

Per il primo numero del free-press PugliaLibre. Libri a km zero, in fase di stampa e in distribuzione gratuita nelle librerie e nei luoghi di cultura pugliesi a partire dal prossimo 4 giugno, abbiamo intervistato Alessandro Leogrande, scrittore tarantino autore di Uomini e caporali (Mondadori, 2008). Proponiamo qui di seguito la prima parte dell’intervista, dedicata ai temi del caporalato trattati nel suo ultimo libro. Domani la seconda parte.

In Uomini e caporali indaghi due vicende, quella di Gioia del Colle dell’estate del 1920 e la riduzione in schiavitù nella raccolta del pomodoro nelle campagne della provincia di Foggia negli anni Duemila. Un dato particolarmente interessante è tuttavia che, prima dell’utilizzo sistematico di manodopera straniera, c’è stato un arco di tempo in cui gli imprenditori agricoli locali trovavano convenienza nell’affitto di macchinari specifici per la raccolta dei pomodori; l’utilizzo della raccolta manuale rappresenta quindi una sorta di ritorno al passato in questo campo. Come te lo spieghi?

Quella del pomodoro è una vicenda paradigmatica tra le forme di produzione. Indubbiamente queste macchine per la raccolta meccanica del pomodoro esistono, girando per l’Emilia Romagna, che ne è il secondo produttore in Italia, non mancano. D’altra parte l’agricoltura non può farne a meno perché storicamente in tutte le colture, del cotone, del pomodoro, del tabacco, a un certo punto arriva la rivoluzione industriale. Il discorso del pomodoro è perciò molto semplice: quelle macchine esistono e nelle parti dove il sistema funziona un po’ meglio i raccoglitori manuali non esistono, se non ovviamente per la raccolta di forme pregiate come il ciliegino che poi può venire a costare al consumatore fino a sei euro al chilo. Però è chiaro che stiamo parlando di un prodotto di nicchia, ricercato, che costa tanto proprio perché c’è chi lo raccoglie e viene pagato regolarmente secondo il contratto di categoria. Il punto è che laddove le macchine ci sono non c’è bisogno di far lavorare gli uomini, perché la macchina costituisce una fonte di risparmio. Se invece c’è un imprenditore agricolo che preferisce gli uomini alle macchine e non è un pazzo, e ci guadagna, è perché o quegli uomini non vengono pagati o vengono pagati molto al di sotto di quella che è la soglia minima stabilita dal contratto nazionale, che è poi quello che succede. Poi non è semplice stabilire quale sia la regola, io credo che ci sia una compenetrazione di facce, è difficile creare una curva per cui c’era un periodo in cui le imprese erano evolute e poi si sono involute, non è un discorso così schematico. Allo stesso modo non accade che quando c’è un governo di centro-sinistra le macchine ci sono e quando c’è un governo di centro-destra spariscono, però c’è sicuramente un rapporto direttamente proporzionale tra presenza dei controlli e noleggio dei macchinari, questo sì. Infatti la mia previsione è che nella prossima stagione si allenteranno i controlli in generale, sia perché c’è l’idea che bisogna allentare i controlli sul lavoro per generare la ripresa, sia perché ci sono norme spefiche in discussione, le cosiddette leggi Sacconi, che vanno, con l’utilizzo dei vaucher, a levare quella norma estremamente positiva del governo Prodi che stabiliva che l’assunzione andava effettuata il giorno prima. E quindi allentando i controlli si darà via libera al lavoro nero e all’interno del lavoro nero quindi anche allo schiavismo. Il terzo punto è che dal governo semplicemente si tagliano i fondi agli ispettorati, e quando avviene questo la prima cosa che viene a cadere sono i controlli nelle aziende agricole, perché è evidente che se un ispettore è a Foggia o a Barletta, al di là dei casi di connivenza che pure ci sono, per compiere il giro dei cantieri edili ha bisogno solo del giro della città, se invece deve controllare le campagne deve muoversi in lungo e in largo per il Tavoliere e non può farlo se non ci sono i soldi per la benzina. Poi a questo si aggiunge un meccanismo ormai globale e molto complesso come quello avvenuto nella vicenda di Borgo Tressanti di pochi giorni fa…

Proprio su questa vicenda, ovvero la scoperta di un gruppo di 40 romeni costretti a lavorare alla pulizia dei carciofi in casolare malsano e sotto il controllo dei caporali, con una paga irrisoria, volevo chiederti un commento…

Ho da dire alcune cose su questa vicenda. Al di là dell’ignoranza degli organi di comunicazione sullo status di ‘clandestino’ affidato ai romeni trovati in quel campo, il ritardo nella lettura del fenomeno anche da parte di persone competenti dimostra che la realtà è andata molto più avanti delle nostre griglie di interpretazione. Tre cose: la prima è che quello che io descrivo nel mio libro per i polacchi si riproduce tout court per i romeni, non solo rispetto allo sfruttamento, all’interno del casolare, ma proprio per le modalità di ingaggio, perché questi romeni sono arrivati in quelle campagne non per caso ma perché hanno risposto a degli annunci in patria che promettevano 1400 euro al mese solo per la raccolta dei carciofi, mentre una volta giunti in Puglia hanno scoperto che avrebbero ricevuto appena 6 euro per ogni 500 carciofi raccolti. È quindi una modalità che si riproduce identica e che poi è la modalità che riguarda i lavoratori dell’est in cui c’è, al di là dello sfruttamento economico immane, un controllo concreto dei corpi da parte di un caporalato transnazionale che organizza i viaggi dai loro paesi d’origine. Per questi motivi la polemica esplosa in questi giorni sulla chiusura degli alberghi diffusi per i lavoratori stranieri nelle campagne non sta in piedi, perché qui non abbiamo a che fare con lavoratori regolarmente assunti, ma con veri e propri schiavi, mentre negli alloggi per entrare è necessario avere un contratto di lavoro. Quindi è chiaro che l’apertura degli alloggi è una misura lodevole e importante per la fascia dei lavoratori un po’ meno sfruttati e va difesa, ma non si può considerare una misura contro lo schiavismo. Il punto che spesso non si ha ben chiaro è che abbiamo di fronte una forma di caporalato, che riguarda soprattutto gli europei dell’est, i polacchi ieri e oggi soprattutto i romeni, che si determina come schiavismo. E quando usiamo la parola schiavismo la adottiamo non come forzatura giornalistica per definire uno sfruttamento lavorativo immane, ma per definire la riduzione in schiavitù, che vuol dire il controllo dei corpi e delle vita, qualcosa che funziona non solo sul campo di lavoro ma si estende 24 ore su 24 e su scala internazionale e che va combattuta per quella che è, riduzione in schiavitù.

Tuttavia nell’ultima vicenda di Borgo Tressanti a cui fai riferimento, i caporali e gli imprenditori agricoli locali non hanno subìto un capo d’accusa di riduzione in schiavitù, ma qualcosa di ben più leggero…

Sì, infatti se saranno mai condannati, lo saranno per intermediazione illecita di manodopera che secondo la cosiddetta legge Biagi prevede una pena di circa 5-6 mila euro.

E come mai non è stato posto il capo d’imputazione di riduzione in schiavitù?

Qui abbiamo la prova reale di quanto stiamo dicendo da molto tempo. Nonostante la nostra lotta non solo giudiziaria ma giuridica contro il fenomeno del caporalato degenerato, non esiste ancora in Italia una legge contro il caporalato. Tra la riduzione in schiavitù che è un reato molto pesante che prevede fino a sedici anni di carcere, e che è un reato di competenza delle direzioni distrettuali antimafia, e l’intermediazione illecita di manodopera che è un reato amministrativo e che se è commesso nei confronti di cittadini comunitari non prevede una condanna maggiore ai sei mesi di carcere, non c’è un punto medio, quale sarebbe dovuta essere una legge sul caporalato che fissi il grave sfruttamento della manodopera, cioè qualcosa un po’ meno grave della riduzione in schiavitù e però molto più dell’intermediazione illecita di manodopera. In assenza di questa legge tutti questi casi sono inattaccabili perché per montare un’inchiesta sulla riduzione in schiavitù è necessario un lunghissimo lavoro di indagine. Non parlo solo di intecettazioni telefoniche di caporali, ma di una mole impressionante di denunce da parte degli schiavizzati. Cioè per tornare a Borgo Tressanti, si doveva presupporre che quei quaranta romeni schiavizzati parlassero, ognuno con la sua testimonianza, ma nessuno di loro parlerà mai perché non ha alcuna garanzia di sicurezza personale, né tantomeno economica, per farlo. I polacchi hanno potuto parlare perché a un certo punto il console in Italia, Centrone, come racconto nel libro, li ha portati a sue spese a Castellana Grotte, in un posto sicuro. Qui non abbiamo un consolato romeno, non abbiamo un sindacato che ha capito questa particolare situazione, e non si possono costringere questi lavoratori che stanno lì a denunciare il torto subìto, e quindi si crea un corto circuito. Per questo io sono estremamente convinto dell’idea che c’è una questione giuridica enorme che andrebbe risolta da una parte con l’istituzione della legge sul caporalato, cosa che andrebbe fatta e che non è stata fatta, dall’altra cominciando a riflettere sull’estensione dell’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, che garantisce la protezione, la tutela e la concessione del permesso di soggiorno per motivi giudiziari alle vittime di tratta che vogliono denunciare i propri sfruttatori, e che è stato inizialmente pensato unicamente per la prostituzione, anche per gli schiavi da lavoro. Alcuni permessi di soggiorno in questo senso, come consentito da una circolare del ministero dell’interno del 2007, sono stati già concessi in altre parti d’Italia, ma sono ancora troppo pochi. In caso contrario continueremo ad avere casi come quest’ultimo di Borgo Tressanti, dove avremo una indignazione immediata ma comunque limitata ai confini regionali, e dove nessun organo di stampa nazionale ha voluto mettere in risalto, accanto alle storie dei romeni che si macchiano di gravi reati, quelle dei romeni ridotti in schiavitù, e che quindi senza togliere nulla al problema della sicurezza che esiste ed è enorme, rilevare che la situazione è un po’ più complessa. Una indignazione della quale comunque, dopo pochi giorni, non resterà più nulla, cadrà nella dimenticanza e non genererà un dibattito sulle modifiche legislative né su altro. E su queste faccende temo che andremo sempre peggio, perché la vicenda polacca, positiva per il clamore che ha suscitato, rischia di rimanere un’eccezione, dovuta esclusivamente alla solidità delle denunce provenienti direttamente dalla Polonia. Ma con i paesi un po’ meno forti, come appunto la Romania, questo discorso non viene fatto o viene fatto in maniera molto meno incisiva e quindi queste vicende emergono meno.

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