“Il soliloquio della scopa” di Silvestro Capurso

Il soliloquio della scopa (pp. 64, euro 6) è il titolo della prima raccolta di poesie di Silvestro Capurso, giovane poeta e scrittore di Molfetta che va ad arricchire la serie di raccolte poetiche d’esordio pubblicate negli ultimi mesi da giovani e giovanissimi autori pugliesi (solo pochi giorni fa segnalavamo, ad esempio, quella di Adriana Farenga). La raccolta poetica di Capurso è stata pubblicata dalla casa editrice Aracne di Roma. Capurso è nato a Molfetta nel 1985 e si è di recente laureato in Scienze e tecnologie delle arti figurative, della moda, della musica e dello spettacolo presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università degli Studi di Lecce.

Il titolo della raccolta è riferito a un’opera del 1843 di William Henry Fox Talbot, riprodotta in copertina. L’autore ne richiama il signifcato con queste parole: «Capita a volte di avere tanto da dire, una parola per ogni setola della scopa. Parole sul passato e sul futuro, su un presente che sfugge, parole sui sogni e sulle paure, parole su di sé e parole sugli altri. Capita a volte di avere tanto da dire, ma non sapere a chi parlare. Sono le volte in cui ci sente come la scopa, poggiata contro lo stipite, che si affaccia sull’uscio di una stanza socchiusa. E parla per sé, di quel buio al di là della porta. Ché forse di là, dall’altro lato dell’uscio, c’è nascosto nell’ombra chi ascolta “Il soliloquio della scopa”». Le liriche di Capurso si distinguono per alcuni tratti comuni che paiono emergere: in particolare tra quelle che aprono la raccolta, le immagini associate al mare (probabilmente lo stesso della città d’origine dell’autore, come confermerebbe anche la lirica d’apertura, La rammendatrice di reti, richiamo esplicito alla pesca, tradizionale e florido settore economico di Molfetta, uno dei maggiori porti dell’Adriatico) sembrano dare al lettore la sensazione di un abbraccio, quello di una distesa marina che si confonde con la pioggia di Come di giugno o l’Aria di sale dell’omonima lirica. Ma non mancano altre suggestioni che racchiudono al loro interno più liriche: le riflessioni sul tempo che passa, sul tempo inafferrabile, che sfugge e che fa chiedere al poeta «una scusa in più» pur di prolungarne l’estensione. Non mancano poi versi in cui il poeta si confronta, «dall’alto / di questo vetro» in maniera disincantata con la massa («E la gente va / sotto l’acqua che piove / come se non fosse tradita / da precoci autunni / ripetuti sbagli / […] E la gente va / e il vecchio si segna la croce / passando la chiesa / come se non fosse tradita / la vita che domani gli morirà»). E ancora, infine, sono da segnalare le poesie in cui con estrema sensibilità l’autore riesce a trasmettere il senso del tatto, in versi in cui contatti sfiorati o appena accennati rappresentano per il poeta la pausa, il trattenere a sé il tempo che sfugge, la fine, in sostanza, di un soliloquio che diventa dialogo.

Stefano Savella