“L’identità consumata” di Francesca U. Bitetto

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È stato pubblicato di recente dalla Franco Angeli un nuovo saggio di sociologia di un’autrice pugliese: si tratta della nuova pubblicazione di Francesca Ursula Bitetto dal titolo L’identità consumata (pp. 144, euro 15). Francesca Bitetto dal 1995 collabora con la Cattedra di Sociologia del diritto presso l’Università degli Studi di Bari, già dottore di ricerca e assegnista della disciplina. Ha insegnato Sociologia dei consumi, Sociologia della comunicazione e Sociologia delle migrazioni. Fra le sue pubblicazioni segnaliamo Il gioco delle statue: tempo e identità del minore a rischio (Franco Angeli, 2005). Le identità oggi sono “consumate”, secondo l’autrice, perché non si ha fiducia nel futuro o perché il tempo presente è sospeso nella speranza di affermarsi. Il quotidiano lascia il posto alla gestione delle emergenze, che determinano maggiore controllo e rinuncia a libertà e diritti in cambio di sicurezza. L’insicurezza infatti genera sfiducia, influendo negativamente sulla dimensione partecipativa della cittadinanza attiva.

Tra gli argomenti trattati nel dettaglio da Francesca Bitetto, vi sono le riflessioni su potere, diritti e democrazia, quelle sui rapporti tra consumo, corpo e identità, ancora quelle sui diritti di cittadinanza dei minori, i loro diritti e la loro partecipazione attiva al governo della città. Non meno interessanti risultano, poi, le parole di Francesca Bitetto sul corpo delle donne nella società contemporanea, che sembrano continuare un discorso già avviato alcuni mesi fa con il documentario dal titolo, appunto, Il corpo delle donne, trasmesso in televisione e disponibile via internet, a cura di Lorella Zanardo. Così scrive Bitetto nel suo volume: «Il corpo diventa strumento di potere a patto che sia sottoposto alla disciplina della fitness, della moda, del conformismo ai modelli dominanti. La società offre riconoscimento e apprezzamento in cambio della libertà. I corpi docili si sottopongono ai trattamenti, alle tecnologie, allo splendore dei supplizi di chirurghi estetici che vendono a caro prezzo le loro prestazioni per la costruzione della perfezione, della simmetria, dell’ordine. Le donne scelgono l’ordine dominante come forma di autorealizzazione, l’apparenza, la conformità, la disciplina alimentare. Ma quest’ordine è solo esteriore, fittizio, il riconoscimento richiede un prezzo da pagare sempre più alto: maggiore magrezza, ulteriori lifting, più disciplina, più sacrificio, più denaro. La bellezza e il riconoscimento, il lavoro e l’autorealizzazione non possono dirsi mai raggiunti, niente è definitivo, niente è esente da rischi. Ciò che resta di tutta questa tensione infinita è la dipendenza inesauribile dal consumo di nuovi ritrovati e trattamenti “di lunga vita”».