“Da qui tutto è lontano” di Pierluigi Mele

«Alekos era un mercante di tappeti Julakhirs di Samarcanda e Kilis dell’Anatolia. A quel tempo, Alekos batteva il Caucaso dove acquistare lotti di tappeti, poco altro nella vita». Sono ‘solo’ le parole iniziali di una favola (nella favola) in cui si racconta la nascita della «lingua selvatica» (il griko?) del narratore, Masì, scrivano di corte. Ma sono, soprattutto, il segnale da cui partire per una lettura in chiave mediterranea del romanzo di Pierluigi Mele, da pochissimi giorni in libreria, dal titolo Da qui tutto è lontano (pp. 218, euro 16, con audiolibro), pubblicato da Lupo Editore sotto un’ottima veste grafica e redazionale. Non sembri fuori luogo parlare di letteratura mediterranea, malgrado cedano il passo le proposte, ventilate negli anni scorsi, di periodici convegni che riuniscano scrittori (o, magari, lettori) dei paesi del bacino mediterraneo. Perché fin dalle prime pagine, a voler cercare una pietra di paragone dello stile (solo riduttivamente sintetizzabile come poetico, o drammatico, o favolistico, piuttosto un melting-pot di tutti questi) del romanzo di Mele, abbiamo immediatamente riascoltato le atmosfere cristalline, e magiche dei romanzi di Vincenzo Consolo, probabilmente il maggiore degli scrittori mediterranei dell’ultimo mezzo secolo. E come nei romanzi di Consolo (si pensi a Lunaria, o al Sorriso dell’ignoto marinaio), il mercante greco Alekos è la presenza paradigmatica che unisce coste, (sotto)trame, le vite stesse dei personaggi di un romanzo.

I quindici anni che Mele ha impiegato per dar forma a Da qui tutto è lontano hanno perciò prodotto un risultato di tutto rispetto. Quindici anni di un «gioco libero», in cui «i personaggi si sono perduti e così ritrovati lungo il cammino», in una trama che tiene il lettore attaccato stretto al ‘filo’ ma divertendosi a distrarlo con le sirene della poesia. Un romanzo in cui la teatralità dei dialoghi, della stessa fisicità dei personaggi, gli concede quella solidità necessaria per conservarsi. D’altra parte si tratta, in tutte queste sfumature, di terreni stilistici già percorsi dall’autore, vincitore del premio poetico “Dario Bellezza” nel 1999, autore delle raccolte Lavare i fuochi (Libroitaliano, 1995) e Tramontalba (Moscara, 2003), ma anche regista, attore e animatore teatrale (dirige tra l’altro il Teatrolaboratorio Le Lune, realizzando spettacoli di ricerca basati su parole, musica e danza). Gli stessi personaggi sembrano costruiti come su un canovaccio teatrale, ed è lo stesso autore ad ammettere che l’idea iniziale contemplava appunto uno svolgimento di quel tipo. Narratore è Masì, scrivano di un regno assai stravagante, tra la favola e una storia senza tempo. Il re Mezzaluna (tiranno, poeta, alcolizzato, carceriere, amante) governa su un territorio facilmente identificabile nel Salento, pur non essendo mai direttamente nominato. La sua consorte, Voisàva, è giunta dall’Albania (le pagine in cui Voisàva racconta il suo sbarco, al cospetto della giovane, disincantata Violetta, sono tra le più toccanti del libro). Mezzaluna si circonda di alcuni consiglieri tutt’altro che irreprensibili (il nano Ivo, e poi Guido, Vincenzo, Arturo, nonché i suoi cani…). Fanfaluca, il fratello del re, poeta, personaggio quasi mai presente (parla in un solo frammento) eppure un vero gigante nella narrazione, costruito quasi esclusivamente sulle parole d’amore che Masì gli rivolge, nei suoi ricordi. Lo stesso Masì che, «per amore», dinanzi a Mezzaluna, gli aveva tolto la vita. La vicenda si incatena così per piccoli frammenti, prendendo forma spicchio a spicchio, con i personaggi legati al re Mezzaluna «come cerchi prodotti da un sasso contro l’acqua». Un Salento mitico e senza tempo attraverso il quale Mele irradia il suo racconto, tra poesia, amore e potere.

Stefano Savella