Intervista a Raffaele Nigro/1
Dalla Rubrica Monografia
Scritto da Redazione

Per il numero di novembre del nostro supplemento cartaceo gratuito «PugliaLibre. libri a km zero» abbiamo intervistato lo scrittore e giornalista Raffaele Nigro, pugliese d’adozione, che ha da qualche mese pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Santa Maria delle Battaglie (Rizzoli). In questa prima parte dell’intervista Nigro ci parla di questo suo ultimo romanzo e di un’altra sua recente pubblicazione per un editore pugliese, Progedit, che esamina la produzione artistica del Novecento in Puglia e nel Meridione d’Italia.
In Santa Maria delle Battaglie si assiste a un ampio flash-back, tra la storia di Federica, la giovane in stato di coma, e i personaggi del Cinquecento della sua memoria. Crede che le generazioni più giovani di lettori possano venire affascinate da un tracciato di storia del Cinquecento meridionale, oppure crede che la media domination di quest’epoca li renda estranei a racconti di un periodo storico da loro così distante?
Io cerco di fare un discorso sul tempo, sulla unitarietà delle coordinate del tempo, passato, presente e futuro. Io credo che i media con le ultim’ora e con l’attenzione spasmodica a segmenti del presente, tendano a portare gli utenti, gli spettatori, i lettori a guardare esclusivamente ai fatti che accadono oggi istante per istante e dunque a far dimenticare il passato remoto e a non dare una progettualità verso il futuro anteriore. Questo significa che il nostro tempo si riduce a segmenti di presente e perde totalmente il senso della storicità, della storia e dunque della memoria, ma perde anche la possibilità di idealizzare e di costruire un progetto che vada nel futuro anche più lontano. Perciò Federica che perso la memoria, che ha perso la coscienza, è la metafora di una società che finisce per perdere coscienza di sé, del mondo che sta vivendo, dell’umanità a cui appartiene, che ha costruito un grande filone che è quello della storia, a cui tutti abbiamo dato mattoni e calce per costruirla. E allora interviene frequentemente Maria delle Battaglie che dice: «Ricordati Federica, svegliati Federica, non dimenticare Federica, ti sto raccontando Federica…».
In un altro Suo nuovo libro, Novecento a colori (Progedit 2009), Lei traccia un ampio resoconto della storia dell’arte e degli artisti pugliesi e meridionali dell’ultimo secolo. A cosa risale il Suo interesse per l’arte pugliese e quale percorso artistico in particolare L’ha maggiormente interessata?
Io ho notato che sia gli artisti sia il pubblico e gli acquirenti meridionali restano fortemente legati al figurativo, con difficoltà passano al concettuale e con ancora maggiore difficoltà passano a forme d’arte più moderne legate alle installazioni e al post-moderno. Inoltre, un altro elemento che mi ha colpito è che non esiste una storia dell’arte pugliese dopo il Sei-Settecento. O meglio, c’è una storia dell’arte che arriva fino all’Ottocento, curata da Christine Sperken Farese, dopodiché non c’è più niente, e credo quindi che sia giunto il momento in cui qualcuno si occupi di dare un prima e un poi a questi artisti e italiani, e pugliesi, e meridionali, perché solo se noi storicizziamo la presenza degli artisti riusciamo a capire oggi come si inseriscono certi pittori e scultori che a prima vista non sembrano dirci niente. Faccio un esempio: Adolfo Grassi oggi magari può aver detto tutto ciò che aveva da dire, ma se lo collochiamo negli anni Sessanta quando si passò dal realismo ancora napoletano a una pittura onirica e fantasiosa, ci rendiamo conto che quella fu un’invenzione. Oppure l’ingresso di certe correnti nella pittura meridionale, dovuto a certi pittori che oggi non vengono presi in considerazione. Ma se noi li guardiamo per l’età che hanno, per ciò che hanno fatto quando erano giovani, quando hanno provato a scompaginare la storia della pittura, allora ognuno acquista una sua valenza e un suo significato.





















