“Tutti giù per terre” a cura di Gianluigi De Vito

È stato presentato pochi giorni fa a Ruvo di Puglia un attualissimo volume curato da Gianluigi De Vito, giornalista della «Gazzetta del Mezzogiorno» e esperto di problematiche legate all’immigrazione, dal titolo Tutti giù per terre. Il lavoro in campagna: ingaggio grigio e fabbriche di clandestinità (pp. 209, euro 14), che abbiamo anche segnalato sul numero di questo mese del nostro magazine cartaceo, e che è stato pubblicato nel maggio scorso da Levante Editori. Si tratta di un volume interessante, che oltre a far comprendere meglio la realtà delle campagne pugliesi, studiata in stili diversi già da Alessandro Leogrande e Sara Curci per quanto riguarda la Capitanata, esamina anche un progetto che mira a migliorare nel concreto le condizioni di lavoro dei molti braccianti stagionali presenti in Puglia in questo periodo dell’anno. Il volume curato da De Vito si divide in tre parti più una appendice. Nella prima parte, Il purgatorio dei nuovi schiavi, si raccontano, anche dalla viva voce dei migranti, le condizioni di vita e di lavoro nella campagne pugliesi. Nella seconda parte, Il neocafone all’inferno postmoderno, si scende più nel dettaglio nell’esaminare le problematiche connesse al lavoro nelle campagne, con particolare attenzione al caporalato e al sistema del welfare. Nella terza parte, Oltre la babele: un’esperienza di campo, si fa riferimento all’esperienza del Team (Tutela e emersione lavoratori agricoli e migranti). L’appendice, infine, riguarda i provvedimenti dell’attività amministrativa della Regione Puglia contro il lavoro nero e per il finanziamento del settore agricolo.

Come si legge in quarta di copertina, infatti, «Il copione si ripete all’alba. Braccia straniere a disposizione come se fossero merce degli scaffali di un discount. Aspettano i caporali, stranieri anche loro. Contrattano al ribasso per una giornata da schiavi in campagna. Come il Foggiano e il Salento anche la Puglia centrale non fa eccezione allo sfruttamento degli stagionali. Rumene obbligate a prestazioni sessuali per assicurarsi la giornata. Chiuse in casa da connazionali e liberate solo per andare in campagna. Costrette a lesinare acqua da bere anche dopo ore di raccolta. Senza dimenticare le migrazioni interne di chi al Nord è rimasto disoccupato e scende al Sud nella speranza di nuovo ossigeno economico. E poi il paradosso: molti maghrebini arrivano da regolari, ma il datore di lavoro all’ultimo minuto nega l’assunzione: la campagna degli schiavi diventa una fabbrica di clandestinità. Una situazione aggravata da un sistema dei controlli indebolito e ingolfato dalla corruzione. L’eredità è pesante, trascina neocomunitari e italiani. Lo sfruttamento cambia volto, l’ingaggio è sempre più “grigio”. L’assunzione viene aperta ma mai chiusa. Risultato: il grigio è sporco quanto il nero. Anzi fa più male, perché ha anche le ferite dell’illusione, e per i migranti senza soggiorno nemmeno quella. la società organizzata, con la sponda di alcune istituzioni, prova ad attrezzare risposte. Il progetto Team (Tutela e emersione lavoratori agricoli e migranti) – i cui risultati costituiscono parte essenziale di questa pubblicazione – è una dei pochi tentativi messi in campo coniugando allo stesso tempo servizi essenziali nella lotta allo schiavismo: trasporto, accoglienza, informazione e tutela. Un progetto che suggerisce avvertenze interculturali».