“Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia

Bari tra il 1985 e il 1988 è una città in ebollizione, una città nelle cui vene scorre più denaro di quanto se ne fosse mai visto. Una rincorsa all’accumulazione che è sospinta dal resto d’Italia, grazie anche alla più grande novità di quegli anni, le televisioni private che distribuiscono un unico modello di gusto, di comportamento, di futuro in tutto il Paese senza distinzioni. Una Bari sempre riconoscibile, anche quando i nomi dei luoghi vengono appena distorti, è quella dell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (pp. 290, euro 20), che ha ottenuto importanti riconoscimenti e che prosegue sulla strada tracciata dal precedente Occidente per principianti, pubblicato cinque anni fa sempre per Einaudi. Sono molteplici i livelli sui quali è possibile effettuare una lettura del romanzo di Lagioia. Ci preme per primo considerare quello che unisce, non sappiamo quanto consapevolmente, lo scrittore barese nonché editor della casa editrice minimum fax, con un altro suo quasi coetaneo scrittore pugliese, Mario Desiati. Non può infatti sfuggire il parallelo punto di partenza da cui partono i due autori, probabilmente i più rappresentativi della “nuova generazione pugliese”, nei loro ultimi lavori. Come Desiati in Foto di classe, infatti, raccontava nello stile del reportage la ricerca dei suoi ultimi compagni di classe, e da questa poteva riuscire a sviluppare un discorso sul nuovo fenomeno migratorio dei giovani “fuori-sede” pugliesi nel Nord Italia, così Lagioia, nella forma di un vero e proprio romanzo di formazione, fa compiere al protagonista quasi gli stessi gesti (l’elenco telefonico tra le ginocchia, la ricerca più o meno fortunata, in mezzo a centinaia di omonimi, di notizie del proprio compagno di classe su Google), e riporta nel titolo stesso del romanzo, ripreso da un album di Bob Dylan, quella che apparirebbe una risposta, o meglio una conferma, del quadro già raccontato da Desiati, se non fosse che, alla fine del romanzo, appare invece chiaro che un ritorno non è più possibile.

L’altro livello rilevante da considerare è quello dei principali protagonisti, tre adolescenti la cui storia segue, tranne nel caso del protagonista-narratore, quella della loro famiglia. Così Antonio Rubino è il “testimone inconsapevole” della ricchezza gonfiata che gli è attorno, legata però all’intreccio tra imprenditoria, mafia e usura. Vincenzo Lombardi, descritto come un “angelo sterminatore”, cerca in ogni modo di trarre in scacco suo padre, avvocato di grido della città con relazioni pericolose, ma non rimanendogli alla fine che proseguire sulla strada per la quale era stato destinato, vedendo appassire ogni suo tentativo anti-conformista di uscire dal giogo paterno. Tutti e tre i protagonisti, e con loro Rachele, la compagna del narratore, si ritrovano adolescenti a calcare tutte le mattine le strade del quartiere Japigia, il più grande mercato italiano dell’eroina negli anni Ottanta, e trovano ospitalità nella casa di un ambiguo spacciatore, almeno all’inizio, prima che le loro strade finiscano per dividersi per sempre, il narratore e Rachele chiusi nella chioccia di un sacco a pelo, Vincenzo a esplorare le strade sterminate fino ai confini del quartiere e della città, Antonio lasciandosi salassare dalla droga fino a rischiare la vita.

Sopra le teste dei protagonisti si agita però un’onda che lascia sul campo coppie infelici, ricoveri coatti per stress da lavoro, rappresentanti incapaci di tenere il passo degli ordinativi, con il sottofondo, da quegli anni in poi eterno, del ronzio televisivo a ogni ora del giorno e della notte. Ed è proprio dalla televisione che arrivano i segnali delle catastrofi mondiali che per i personaggi è facile tradurre in profezie di tragedie personali. Succede così durante la diretta di Juventus-Liverpool e della strage dell’Heysel, con l’urlo di paura successivo al gol di Platini, o dopo le notizie di Chernobyl e degli slogan reaganiani. Un periodo storico che si può ben racchiudere, in un’immagine suggerita da Lagioia in una presentazione dello scorso mese di novembre alla Libreria Laterza di Bari, nell’alone viola che dominava la pubblicità “progresso” sull’Aids alla fine degli anni Ottanta.

Come ha scritto Goffredo Fofi su «Lo Straniero», «Lagioia dimostra la difficoltà che si incontra a “fare storia”, e a fare romanzo come storia, per l’impossibilità di mettere ordine in un universo sociale così sgangherato come il nostro, dopo gli anni Ottanta. In un mondo che va voluttuosamente al disastro, e che sembra felice di andarci, l’accettazione dell’età adulta è accettazione di una sconfinata mediocrità e di una sconfinata brutalità: è violenza su di sé, gli altri, la natura, il pensiero».

Stefano Savella