“Separé” di Annalisa Bari

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Nel mondo dell’avanspettacolo dell’Italia della prima metà degli anni Cinquanta si consuma una storia di amicizia, solidarietà, amore, ma anche di distanze, soprusi e un delitto. In questo mondo è ambientato l’ultimo romanzo, da poco pubblicato per le Edizioni Giuseppe Laterza di Bari, della scrittrice salentina Annalisa Bari dal titolo Separé (pp. 240, euro 15). Si tratta del quinto romanzo della scrittrice, che è anche ex insegnante e giornalista, e che collabora con «Il Nuovo Quotidiano di Puglia» e con altri periodici locali. I suoi romanzi precedenti sono tuttora adottati in scuole del Salento e hanno ricevuto anche riconoscimenti in premi letterari: Non c’erano le mimose (2001), Diamanti e ciliege (2003), Il quarto sacramento (2005), pubblicati con le Edizioni Del Grifo, e I mercanti dell’anima, un romanzo su «Mercanti e pellegrini, vescovi e predicatori in odor di eresia», pubblicato da LAB nello scorso anno. Con Separé, la scrittrice si confronta con un arco di tempo ben preciso, dal 1952 al 1955, del quale tratteggia con precisione gli ambienti (su tutti risaltano le descrizioni dei viaggi in treno e delle pensioni), i costumi, gli avvenimenti storici e il contesto nel quale si trovavano a operare le compagnie di avanspettacolo nei cinema di piccole e grandi città, in tutte le regioni italiane, prima della loro scomparsa avvenuta negli anni seguenti.

Dalla Brianza a Roma, dalla Puglia a una Napoli del rione Sanità che ricorda da vicino, nelle figure, negli ambienti, nei comportamenti, quella raccontata negli stessi anni Cinquanta da Anna Maria Ortese, con l’eccezione della protagonista, la «zia Giorgia» alias Gina Molinari, che somiglia piuttosto all’incarnazione di Sofia Loren uscita un film degli anni Cinquanta con De Sica o Mastroianni. I manifesti pubblicitari, le pellicole cinematografiche, le canzoni dei primi Sanremo, i Bar dello Sport sono i supporti storici su cui si fonda la narrazione della Bari. Ma a un livello superiore vi sono i profumi e gli odori, diciotto in tutto, uno per ogni capitolo e per ogni stagione dell’infanzia dell’altra protagonista, la voce narrante, la piccola Elena, nipote di Giorgia, che dai sei agli otto anni ha casa nel separé dei camerini che ospitano le «Stelline della Notte», dopo la morte di sua madre, a Napoli, e dopo poco anche della nonna. E così l’unica a potersi prendere cura di lei era diventata la «zia Giorgia», la vera star della compagnia squattrinata messa in piedi dall’italo-francese Attilio Tanzani, un po’ padre-padrone, un po’ effemminato regista e coreografo. In quei due anni Elena attraversa, come nessun’altra delle sue coetanee italiane, centinaia di città italiane, viste attraverso i loro cinema, i loro palchi (che calcherà quasi subito con un ballo di tip tap), i loro separé, uno diverso dall’altro. La sua formazione procede così insieme a quella, in continuo declino, della compagnia di Tanzani, composta da sei ballerine su cui risaltano le figure e le storie personali di Olga e Marisa, fedeli compagne di Giorgia e quindi anche di Elena, fino agli ultimi sviluppi della storia, che si tinge, all’improvviso, anche di giallo.

Stefano Savella