“Le ragioni della passione” di Antonio Errico

Verrà presentato giovedì prossimo, 21 gennaio, alle ore 18,30 presso la Sala Conferenze del Rettorato in Piazza Tancredi a Lecce, il nuovo recentissimo volume di Antonio Errico dal titolo Le ragioni della passione. Approdi e avventure del sapere (pp. 116, euro 12). Il libro è stato pubblicato dalle Edizioni Kurumuny. Alla presentazione interverranno Raffaele De Giorgi, preside della Facoltà di Giurisprudenza; Giovanni Invitto, preside della Facoltà di Scienze della Formazione; Luciano Nuzzo, dottore di ricerca in Giurisprudenza; Marcella Rucco, dirigente dell’ufficio scolastico provinciale. Modererà il giornalista del Nuovo Quotidiano di Puglia, Teo Pepe. L’autore è uno dei più noti intellettuali del Salento e di tutta la Puglia: è nato in provincia di Lecce dove vive e lavora come dirigente scolastico di un liceo. Ha pubblicato volumi di narrativa e di saggistica: Tra il meraviglioso e il quotidiano (1985); Favolerie (1996); Il racconto infinito (saggio su Luigi Malerba, 1998); Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999); Angeli regolari (2002); L’ultima caccia di Federico Re (2004); Salento con scritture (2005); Viaggio a Finibusterrae (2007); Stralune (2008); oltre a saggi e racconti in volumi collettivi. Dei suoi ultimi due libri, pubblicati entrambi per Manni, PugliaLibre si era già occupata negli anni scorsi, rispettivamente qui e qui.

Questo suo ultimo libro è invece una riflessione articolata sui temi della passione del sapere. «Si intitola Le ragioni della passione perché ogni passione ha la sua ragione, il suo “quid”, magari non evidente, eppure fondamentale», ha spiegato Errico in un’intervista alla «Gazzetta del Mezzogiorno». Scrive ancora Errico: «Noi vediamo soltanto frammenti. Abbiamo relazione soltanto con le scaglie di un insieme. L’insieme è invisibile, spesso incomprensibile, talvolta persino inimmaginabile. Non conosciamo mai niente nella sua totalità, nella sua completezza, nel suo percorso compiuto. Nemmeno la nostra vita. Noi osserviamo e studiamo i cocci di un vaso ridotto in frantumi da millenni». E ancora: «Si insegna davvero quando c’è partecipazione, empatia e pietà, nel senso più profondo e antico di pietas, quindi del rispetto, della dedizione; ma soltanto riconoscendo nell’altro un essere umano che deve crescere nella sua autonomia il maestro trasmette vera conoscenza. “Ri-nato, conosce, ha pietà. Finalmente, può insegnare” (Michel Serres). Rinato, un verbo che indica il percorso di autocoscienza e di conoscenza che si è compiuto e che ha come fine ultimo l’empatia e quindi la capacità di dare e di darsi: chi è rinato è libero e sta già negli altri. Quello che si può e si deve insegnare è, quindi, la bellezza e la poesia in senso assoluto, impariamo a vivere bene se riconosciamo nel mondo bellezza e poesia e solo una testa ben fatta può essere lo strumento per questo tipo di conoscenza: solo una testa ben fatta consente di imparare per tutta la vita. Non si possono insegnare, infatti, solo le cose del contingente, soprattutto in un contesto storico come quello in cui viviamo, dove tutto scorre velocemente e le nozioni di oggi, se restano tali, sono inutili e obsolete già domani. Ecco allora a cosa serve una testa ben fatta che abbia un approccio curioso e allo stesso tempo una determinante capacità critica, dunque di scelta nei confronti del reale, perché l’insegnamento della bellezza è anche insegnamento della libertà, del suo valore assoluto rispetto a se stessi e agli altri».