Intervista a Cristina Zagaria

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Cristina Zagaria è una giornalista della redazione napoletana della Repubblica, ma le sue radici affondano nella bruna terra pugliese: i suoi genitori sono tarantini ed è nella città ionica che Cristina ha vissuto l’adolescenza, per poi laurearsi in Lettere presso l’Ateneo barese. Ha esordito nel 2006 con il romanzo Miserere (Flaccovio) e ora è già alla quarta pubblicazione con Perché no (PerdisaPop, pp. 118, euro 9).

La sua ultima opera, come la precedente (L’osso di Dio, Flaccovio), pone l’accento sul mondo criminale e sulla difficoltà di riscattarsi per chi ne diventa vittima o carnefice. Perché no racconta l’“iniziazione” di Daniele, un ragazzo assennato che per accidia si lascia convincere da Francesco a compiere una rapina: “tanto per la legge non siamo adulti” e poi, così, possono “entrare nel giro, quello dei più grandi”. Già, perché là dove si smarriscono il senso dell’infanzia e quello dei sogni conta diventare qualcuno, farsi rispettare e fatalmente l’obbiettivo sarà Adriana, che ha appena ritirato la pensione del padre, ed è stata la loro maestra; si illudeva di aver trasmesso dei valori, o quantomeno il suo amore, ma qui la vita non ammette debolezze, altrimenti subisci il “salasso”, diventi succube…

Un noir amaro e vivido nella caratterizzazione dei personaggi, non meno che nell’affresco dei quartieri degradati di Napoli; quanto ti è servita l’attività giornalistica nella resa plastica e minuziosa della realtà?

Tantissimo. In questo piccolo libro c’è tanto della mia esperienza “da cronista” a Napoli e, soprattutto, nel periodo in cui ho scritto “Perché no”, tutte le mattine andavo a fare una lunga passeggiata nel quartiere Sanità, fermandomi a parlare con la gente. Volevo immergermi nel quartiere di Daniele e Francesco e non raccontare una Napoli stereotipata. Volevo che in “Perchè no”, ci fossero quei vicoli, quei volti, quegli odori… non vicoli-volti-odori generici.

«Non ho argomenti. Non ho un motivo per dirgli “France’ sei ammattito? Io non lo faccio, perché…”». Davvero Daniele non può opporre resistenza? Se i genitori non contano (tanto “le mazzate si dimenticano”), allora almeno l’amore per la candida Lucia, la sua stima, non rappresentano un deterrente?

Daniele e Lucia sono troppo piccoli per conoscere veramente l’amore ed esserne trascinati nel bene o nel male. Certo a Daniele Lucia piace e molto. E Lucia ha, come dire, la “testa sulle spalle”, ma non basta. Quando ho deciso di scrivere questa storia (realmente accaduta), l’ho fatto proprio perché mi ha colpito molto che a Napoli i ragazzini diventano baby criminali non per convinzione, scelta o necessità, ma per mancanza di alternative, per la latitanza della società civile, della scuola, della famiglia. Insomma perché “non hanno motivi per non diventarlo”.

È un racconto ispirato a un episodio di cronaca, qual è dunque il confine tra realtà e letteratura? E il compito di quest’ultima è solo di rappresentare o anche di interrogare e ammonire?

Un confine definito non c’è mai. Anche molti romanzi di fantasia spesso prendono spunto da fatti di cronaca. Il mio modo di scrivere è più netto, cioè ricostruisco sempre episodi veri con un lavoro “giornalistico”. Perché lo faccio? Perché un romanzo ha un respiro più ampio di un articolo di giornale e ha una vita più lunga… e sia la cronaca che la letteratura devono interrogare la realtà e interrogarsi. Sempre. Io non prendo mai posizione (o almeno cerco) quando scrivo, ma la mia presa di posizione è alla base: è nella scelta della storia. Io racconto e lascio al lettore la possibilità di farsi un’idea, di prendere una posizione, ma proprio in quel momento entrambi ci facciamo delle domande.

Conosci Andrej Longo? Anche lui descrive Napoli in forma letteraria senza alcun filtro, e lo scenario che ne emerge è a dir poco allarmante… Quali sono i tuoi scrittori napoletani (e non) di riferimento?

Andrej Longo è venuto spesso in redazione, a Repubblica Napoli, e mi sono fermata a parlare con lui. Ma lo conosco più come scrittore… lo adoro. Scrittori di riferimento napoletani? La Ortese, sicuramente. Non napoletani: Jean-Claude Izzo, Agota Kristof, Haruki Murakami… Truman Capote, Italo Calvino, Luigi Pirandello… e… e la lista è lunghissima, sono una lettrice accanita.

Dopo aver vissuto in Puglia, Emilia Romana, Lombardia, Lazio, ti sei stabilita in Campania, a Napoli. Cosa ti ha conquistata di questa terra? Rimpiangi qualcosa della Puglia?

Napoli la amo. Mi piace l’anima della città. È un’anima incasinata, folle, contraddittoria… non sempre positiva… ma piena, accogliente, fantasiosa, galante, romantica, attaccata alla vita con i denti. La Puglia? Taranto mi manca ogni giorno. Dei tarantini rimpiango la schiettezza… siamo un popolo diretto, semplice, essenziale, a volte anche un po’ “ruvido”… qualità che non sempre vengono comprese e che proprio per questo mi mancano terribilmente.

I prossimi progetti lavorativi e non dove ti vedranno? Ma soprattutto, nelle vesti di scrittrice o in quelle di giornalista?

Ahimè il lavoro con il giornale si materializza di giorno in giorno. È questo il suo fascino. Per i progetti da scrittrice: sono tornata in Calabria (altra terra a me cara) per raccontare un’altra storia vera… un’altra storia al femminile. Il libro uscirà ad ottobre. Ma da buona “napoletana” sono scaramantica… non dico altro.

Giovanni Turi