“Il principe nel groviglio” di Beppe Lopez

Dalla Rubrica LaPugliaCheScrive
Scritto da Redazione

Dopo Mascherata reale (libro storico sulla rivoluzione napoletana del 1799) e dopo i successi dei suoi due romanzi Capatosta e La scordanza, Beppe Lopez, giornalista barese ma da anni residente a Roma, torna alla sua passione per la Storia e pubblica con Zines Il principe nel groviglio (pp. 200, € 14,00).

Il libro parla di Guglielmo di Wied, primo sovrano del nuovo Regno d’Albania nel 1914, imposto dalle potenze europee dell’epoca. Un sovrano che non regnerà per molto tempo visto che, dopo pochi mesi, verrà deposto da un colpo di stato, poco dopo che l’attentato di Sarajevo avrà dato il via alla Prima Guerra Mondiale.

Il maggiore interesse del libro è nella ricostruzione dei rapporti tra le etnie balcaniche e nei giochi militari e diplomatici che le potenze dell’epoca fanno sulla pelle degli albanesi. Un tema attuale quello delle divisioni etniche e religiose nei Balcani che si riallaccia alla pretesa delle potenze di tutti i tempi di imporre con la forza governi o stili di vita su popolazioni che avrebbero tutto il diritto di autoregolamentarsi.

Abbiamo contattato l’autore che ha gentilmente risposto, via posta elettronica, ad alcune domande che gli abbiamo rivolto.

Questo libro parla del primo sovrano d’Albania, Guglielmo di Wied e del groviglio balcanico che porta alla Prima Guerra Mondiale. Ritiene che questo argomento possa essere utile per capire meglio la realtà odierna?

La storia, come si diceva con una certa ragionevolezza, è maestra di vita. In diverse forme, i meccanismi del potere e della emotività, individuale e collettiva, in una qualche maniera si riproducono. Nel nostro caso, siamo di fronte ad un ennesimo episodio di dominio su un popolo con la forza militare, le arti diplomatiche e la potenza economica e culturale. Non siamo ad un caso esemplare di “esportazione della democrazia” - la democrazia ai primi del secolo scorso non era un valore effettivamente condiviso a livello internazionale - ma in una qualche maniera di “esportazione della modernità”. Una modernità, naturalmente, dietro la quale si nascondono in effetti interessi strategici ed economici ben precisi. Come accade anche oggi. E poi, per la vicenda specifica balcanica, quegli avvenimenti sono di una attualità impressionante. A leggere le pagine del libro sui rapporti fra quei raggruppamenti etnici e fra essi e le potenze occidentali, sembra di leggere le cronache di oggi.

Dopo Mascherata reale, dedicato alla rivoluzione del 1799, ritorna ad un libro di argomento storico. La storia è una sua passione?

Ho fatto di mestiere il giornalista per quasi mezzo secolo e da una decina d’anni ho aggiunto il gusto e la pratica della narrativa. Anche in questo libro, come in “Mascherata”, faccio in effetti il cronista. Racconto fatti. Certo, almeno spero, con un certo gusto letterario. Ma nella sostanza facendo il “giornalista”. Poi, non essendo uno storico, riesco a raccontare quei fatti senza i parametri di alcuna ideologia o anche solo di pre-opinioni storiografiche. Faccio le mie ricerche, rilevo gli avvenimenti e cerco di raccontarli con una certa razionale lucidità. In tutti i casi, sì, la storia come genere mi attrae molto. Specie in alcuni suoi tornanti significativi o curiosi. È appena il caso di rilevare che “Mascherata” descrive un caso esemplare di pretesa esportazione della democrazia: lo scrissi e lo pubblicai mentre gli Usa pretendevano di esportare la democrazia (e la modernità) in Iraq, come nel 1799 pretese la Francia.

Quanto ha contato il suo essere pugliese nella scelta dell’argomento?

Le vicende descritte in “Mascherata” si svolgono prevalentemente in Puglia. In questo nuovo libro, evidentemente, la vicenda è balcanica. Ma in effetti per la Puglia passano e ripassano i protagonisti di quei fatti. E in quei sei mesi trascorsi in terra skipetara, il Principe di Wied incontra più volte gente di Puglia. E poi, sì, ho scelto quell’argomento anche in quanto pugliese. Allora, come succede adesso dopo un secolo, Puglia e Balcani sono un passaggio obbligato per la storia del mondo e per i movimenti dei popoli. Dopo il lungo congelamento successivo alla seconda guerra mondiale, la caduta della cortina di ferro e poi la globalizzazione ha rimesso di nuovo queste terre al centro dei traffici e degli scambi.

Lei ha pubblicato con varie case editrici pugliesi come Dedalo, Besa e Capone e anche con grandi case editrici come Mondadori e Marsilio. Ci può parlare delle differenze che ha notato nella gestione del testo e delle varie fasi della pubblicazione?

Io ho avuto la fortuna, con tutti, di una posizione di autonomia nella gestione del libro assolutamente privilegiata. In tutti i miei libri - ovviamente per quello che riguarda il testo, ma anche le copertine e il resto - i miei interlocutori editoriali hanno ritenuto di affidarsi alla mia esperienza e, ovviamente, alla mia conoscenza della materia del libro. Questo soprattutto perché ho esordito in campo librario (a parte altre piccole cose, nel 2000), da adulto, dopo una quarantennale esperienza di lavoro di scrittura, editoriale e grafico. Detto questo, la differenza fra il grande editore e il piccolo è enorme: presso il primo trovi la potenza distributiva ma spesso anche l’incapacità di curare in maniera specifica il singolo autore (se non è da classifiche di vendite), presso il secondo puoi trovare questo tipo di cura ma spesso la povertà di mezzi è veramente catastrofica. Insomma, rischi, se decidi di cambiare per ottenere qualcosa che prima non avevi, da uno o dall’altro, di finire dalla padella nella brace. Insomma, non sono tempi fulgidi per gli autori che non riescono o non aspirano - anche per la tipologia della propria vocazione e delle proprie convinzioni culturali - ai grandi numeri.

Fabio Mele

http://www.wikio.it

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