“Maschio adulto solitario” di Cosimo Argentina

C’era una volta una colomba bianca. La colomba, nel fiore della sua giovinezza, iniziò a perdere il suo candore, ad essere sporcata dal marciume del mondo e delle troppe penne nere dei corvi che le volavano attorno. Eppure, sebbene il suo piumaggio continuasse ad essere bianco, non erano solo i volatili dai quali era circondata a minacciare la sua purezza, ma anche il suo cuore iniziò a rallentare il battito, a diventare di ghiaccio, a pompare solo inchiostro nero e odio verso tutto e tutti.

Il mondo descritto in Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina può essere metaforizzato con le immagini degli abitanti del cielo. D’altronde sono gli stessi nomi del protagonista, Colombia, e dei tipi che egli incontra sulla sua via, Corva, Carva, Corve e, infine, Corvo, a suggerire al lettore queste visioni.

Siamo all’incirca negli anni ’80 e il diciottenne Dànilo Colombia è alle prese con i soprusi del capitano Corva, mentre compie il servizio di leva presso la caserma in piazza Sant’Antonio a Bari. Il ragazzo si sta ancora affacciando alla vita e già conosce le nefandezze del mondo; è un tipo solitario, lui, proprio come Kuma, un lupo che, pur vivendo solo, non perde mai di vista il proprio branco: allo stesso modo Dànilo sta fra la gente, ma pare vivere ad anni luce di distanza da essa.

Eppure, un angelo (molto umano), Sara, che abita proprio di fronte alla caserma, animerà Dànilo, che se ne dirà innamorato, e, nonostante la sua sarà una comparsa apparentemente fugace, in realtà aleggerà, con una presenza costante, nelle vicende esistenziali del ragazzo.

31 è il numero della stanza dell’albergo dei genitori di lei, dove fiorisce il loro amore. 31 è il numero della stessa stanza dove viene trovato il corpo esanime di Sara, appeso ad una trave: inizia il viaggio verso gli inferi di Dànilo.

Riuscirà dapprima a farsi ricoverare presso l’ospedale militare di Taranto, dove incontrerà Carva e trascorrerà una notte infernale, descritta a tinte forti, e poi a trasferirsi a Milano, grazie all’aiuto del più debole fra i deboli, l’albino cieco Anselmo, che gli procurerà un lavoro presso una fabbrica di tonno: inizia una seconda parte della vita di Dànilo, anch’essa cruda ed estremamente realistica, durante la quale troviamo un Kuma circondato da spettri (gli invisibili), fra i quali anche quello di Sara, con la quale continuerà ad avere persino rapporti carnali; un Kuma che con violenza prende una donna prossima alla pensione, Maria, la quale, pur di non essere ingoiata dalla solitudine, accetta di compiacere in qualsiasi modo il suo amante; un Kuma che subisce le minacce dell’ennesimo sfruttatore, Corve.

Dopo la morte di Sara, Dànilo non saprà o potrà sottrarsi a quanto di più marcio, infetto, depravato vi sia nella vita e nei rapporti sociali. E, infatti, tornato al sud, si stabilisce definitivamente a Taranto, città natia, dopo la laurea in giurisprudenza, ma, ormai, è un non morto che si aggira fra i vivi, corrotti o puri (pochi) che siano.

Altre donne sono sue prede nella terza parte del suo racconto, in qualche modo simili a quelle che lo avevano precedentemente predato, perché egli le usa solo come banali oggetti di sfogo sessuale, senza un minimo di coinvolgimento spirituale. Resta, infatti, sempre fedele all’amore della sua vita, Sara, con la quale pare viva una relazione ben più profonda: ebbene, ormai nel baratro della solitudine che confina con la malattia mentale, Dànilo scaccia anche il suo fantasma.

L’ultimo Corvo che incontrerà sulla sua strada esaspererà a tal punto Dànilo che, nel vortice della follia e della sconsideratezza, arriverà a compiere un gesto estremo, causato dal  vuoto interiore ed ambientale e aggravato dalla compromissione molto pericolosa con la malavita tarantina.

Con una scrittura pungente, tagliente, cruda, mai pesante o piatta, Cosimo Argentina riesce a trascinare il lettore in una moderna Divina Commedia, dove non c’ è traccia, però, di Paradiso, e l’Inferno è l’unica realtà possibile, dove anche il buono è inevitabilmente contaminato dai germi infetti che popolano un’aria malsana. E i passi dell’opera somma che egli cita lungo il percorso del protagonista verso la frenesia finale, non fanno altro che ricondurre allo smarrimento della retta via, la quale, però, non sarà mai ritrovata (se mai c’è stata) dal Dante di turno.

Dànilo è solo. Durante i nove anni di esistenza infelice del ragazzo, che il lettore scopre nella lettura, vi è un peregrinare continuo verso “amici” inesistenti, che sono continuamente presi dalla propria vita, il proprio lavoro, le proprie attività: il lettore legge di volta in volta un qualcosa di già scritto, un perenne bussare alla porta di persone sempre assenti. Così come la famiglia: essa c’è, ma è lontana dall’idea che ne ha questo maschio adulto solitario, perché composta da una madre rugosa ma molto immatura, da una sorella inviperita, da un padre morto e dal nuovo compagno della madre che la spolpa da ripugnante parassita.

La solitudine è ciò che appaga Dànilo.

Lo stesso considerare l’umanità come distinta in “maschi” e “femmine” e non “uomini” e “donne” è sintomo del fatto che per il protagonista non c’è altro al di là del sesso, di rapporti superficiali con il resto del mondo; è sintomo di incapacità di adattamento sociale e volontà di  isolarsi da quel marciume che aleggia sì intorno a Dànilo, ma abita anche dentro di lui, e che, inesorabile, lo sta divorando dall’interno fino a svuotarlo e a renderlo un fantoccio senza più un briciolo di sentimento e di dignità.

Egli attraversa ed è attraversato da una città, Taranto, fatiscente, caratterizzata da uno sfacelo perpetuo e onnipresente, sul quale l’autore insiste e che rimarca in continuazione. Sembra quasi che il degrado della città sia speculare a quello di Dànilo e dei suoi abitanti.

L’affascinazione per la regalità, umiliata e offesa, di una tigre in cattività e il sussulto incantato per la bellezza fresca, gioiosa e pulita del “nuovo angelo” Giacomina non basteranno a redimerlo dalla sua personale perdizione.

L’autore sbatte in faccia al lettore immagini di violenza, impietose, feroci, brutali, e quello spleen che caratterizza il romanzo è fortemente avvertito dal lettore, attanagliato da tanta cupezza: l’umore nero lo avvolge, lo afferra e lo risucchia nell’abisso di Dànilo con una forza così potente da costringerlo a guardarsi attorno per accertarsi che la propria esistenza non sia così immonda come quella raccontata nel romanzo, eppure avvertita in maniera così reale, così vera, così tangibile.

Angela Liuzzi

Cosimo Argentina, Maschio Adulto Solitario, Manni Editori, Collana Punto G, 2008, euro 17.