“La legge di Fonzi”: intervista a Omar Di Monopoli

Monte Svevo si prepara al ritorno dal carcere di Nando Pentecoste, noto come Manicomio, ma intanto ricompare suo fratello Giovanni, detto Fonzi: giovani delinquentelli, forze dell’ordine, corrotti politici locali, tutti avvertono la strana inquietudine che preconizza l’apocalisse, in molti temono che una scomoda verità possa riemergere e che il killer voglia adesso farsi giustizia…

La legge di Fonzi (Isbn Edizioni, pp. 300, euro 14) di Omar Di Monopoli è un romanzo corale che lascia in bocca il sapore ferrigno del sangue e quello amaro della disillusione, poiché suggerisce che, anche dopo che sono state sgominate diverse organizzazioni criminali, perdura nel Sud la mentalità mafiosa, la legge del più forte. Di Monopoli prosegue il percorso intrapreso con Uomini e cani e Ferro e fuoco (entrambi Isbn Edizioni) e ritrae una Puglia selvaggia, per alcuni tratti immaginaria, anche in quest’opera che ribalta i canoni del genere noir: molti personaggi sono caratterizzati minuziosamente, subiscono un’evoluzione interiore, e lo stile non è mai sciatto, banale, ma si serve senza stridore e con perizia virtuosistica di tutti i registri linguistici.

La critica ha coniato per i tuoi libri la definizione di “western pugliese” e anche l’introduzione del discorso diretto senza specifici segni grafici fa pensare al Cormac McCarthy della Trilogia della frontiera… Il grande scrittore statunitense è tra i tuoi maestri di stile? Quali sono i narratori contemporanei che prediligi?

McCarthy è senz’ombra di dubbio un mito dell’Olimpo letterario contemporaneo e personalmente conosco a menadito la sua trilogia, abbeverandomene continuamente; ma ancor più che al Grande Bardo del Texas (originario però del Tennessee) guardo con immensa ammirazione a quello che, con tutta evidenza, può considerarsi il suo padre putativo: sto parlando dell’inarrivabile William Faulkner, che con la sua prosa densa, maestosa ed espressionista da quasi un secolo ispira flotte di scrittori in tutto il mondo. Per ciò che riguarda invece l’utilizzo del discorso diretto privo di segni grafici è un escamotage stilistico che francamente adotto per una questione di “igiene”, scrivere senza virgolette favorisce la pulizia della pagina, ed è un metodo ravvisabile anche in moltissime altri grandi penne: Saramago, Bolano, Donna Tartt tra gli altri.

La legge di Fonzi si compone di brani autonomi che restituiscono un’immagine complessa, ma armoniosa, in cui non ci sono comparse: tutti i personaggi hanno uguale dignità narrativa. Quanto tempo dedichi alla definizione della struttura delle tue opere? È un’operazione preliminare o si delinea in itinere?

Dietro la composizione di un romanzo vi è naturalmente un poderoso lavoro di ricerca, smussatura, elaborazione e revisione. Io ho affrontato un faticoso tragitto di formazione costellato di rifiuti editoriali e di tentativi falliti prima di trovare una mia personalissima «voce» letteraria. Alla fine, mescolando i canoni della narrativa di genere con quella cosiddetta impegnata e arricchendo il tutto con la vivacità della costruzione dialettale, credo di poter affermare di essere riuscito a mettere a fuoco un universo letterario che è mio, originale e perfettamente riconoscibile. Almeno, questo è ciò che i miei lettori mi fanno sapere…

Come accennato in precedenza, tutte le tue opere hanno per comun denominatore la cupa ambientazione meridionale, ma con l’ultimo romanzo dobbiamo ritenere concluso questo ciclo creativo? Quali le sfide letterarie per il futuro?

No, il Mezzogiorno e le sue infinite contraddizioni restano lo sfondo ideale per la prospettiva narrativa che alimenta il mio lavoro. Il prossimo libro s’impernierà sulle battaglie contro il nucleare in Puglia degli anni Ottanta, quelle che contribuirono a portare il Paese al referendum popolare che ne bloccò lo sviluppo su territorio nazionale. Però la storia che sto ultimando è tutta in soggettiva, filtrata dagli occhi di un decenne; per cui stavolta i modelli di riferimento sono forse un po’ più lievi rispetto alla cruenta trilogia appena conclusa. Anche se – in ottemperanza alla scrittura di genere che amo emulare – anche qui non mancheranno morti, pistole e colpi di scena ad effetto.

«Caro mio, ci sono cose che non cambieranno mai, da ‘ste parti, ma proprio per un cazzo. Anzi, se proprio vuoi saperlo, pure che i politici alla televisione si sciacquano la bocca raccontando il contrario, le cose qui in terronia proprio a catafascio vanno». Non è una bella cartolina dopo che la Puglia è risultata la prima meta turistica in Italia: rappresenta davvero la nostra contemporaneità?

Io sostengo (ormai con maniacale ripetitività, direi) che l’Arte deve avere il coraggio di farsi carico dello strappo, della distanza che esiste tra le brochure turistiche che dipingono la mia regione come una terra piena di magia e balli esotici e la realtà di chi la abita anche nei mesi invernali, quando le sagre e i festival estivi sono un ricordo scolorito e quaggiù resta solo la lunga ombra della corruttela, della disoccupazione e della malasanità. Non ho problemi a dichiarare il mio amore per il Tacco d’Italia, sono il primo a sostenerne lo splendore e la spettacolare bellezza, però non dobbiamo girarci dall’altra parte facendo finta che questo lembo di Meridione abbia risolto come d’incanto i suoi problemi atavici.

Al contrario di altri giovani di talento del panorama letterario pugliese (come Lagioia o Desiati), hai scelto di continuare a vivere e a lavorare nella tua terra. Quanto coraggio e quanta determinazione occorrono per restare e, soprattutto, quali le limitazioni e le conseguenze?

Io emigro di continuo, in verità. Sono reduce da sei mesi passati a lavorare nella capitale, sei mesi consumati nel traffico del raccordo anulare e il caos perpetuo di una città bella e complicata come Roma. E prima di questo periodo ho passato un decennio a Bologna, città in cui tra l’altro, per una coincidenza tutta particolare, sono pure nato. Ma gli affetti e le trame emotive che ci legano al sud sono radici inestirpabili, sono come debiti perennemente insoluti. E alla fine noi terroni, con tutta la faticosa serie di compromessi che ciò comporta, finiamo sempre per tornare al mare, al tramonto che non muore mai.

Giovanni Turi