“La battuta perfetta” di Carlo D’Amicis

Dopo La guerra dei cafoni, Carlo D’Amicis, originario di Sava (in provincia di Taranto), torna a raccontare l’Italia e i suoi mutamenti attraverso un romanzo: La battuta perfetta (minimum fax, pp. 362, euro 15). Materia narrativa, e al contempo d’analisi, non è più il rarefarsi delle distinzioni tra le classi sociali, ma il progressivo mutamento della televisione da rispettosa maestra a lasciva compagna, da strumento educativo a vacuo trastullo; a incarnare le due opposte concezioni sono i due principali personaggi: Filippo Spinato, integerrimo funzionario RAI che alla missione educativa sacrifica se stesso e la famiglia, e il figlio Canio, moderno giullare che da Publitalia giungerà a far parte della ristretta corte del premier Berlusconi, mosso come lui da un’inestinguibile desiderio di piacere, consapevole che: «la realtà passa, come i suoi bisogni. Ma il bisogno di sognare non passa mai».

Dalla Basilicata, terra d’origine degli Spinato, la narrazione si sposta prima a Roma e poi anche a Milano, fotografando insieme ai cambiamenti del mondo dello spettacolo quelli che rimodellano la società italiana, in cui finiscono per primeggiare i mediocri (purché capaci di rivolgersi alle persone giuste), in cui la politica diventa show business, in cui i figli si ribellano alla volontà dei padri e il proprio focolare diventa un labile involucro: «“Non ho più niente”, ci dicesti tornando a Matera. E noi – la tua famiglia – più niente ci sentimmo per te».

Con un’alternanza continua di realtà e paradosso, D’Amicis dimostra appunto quanto l’una e l’altro siano ormai inscindibili; oltre a Silvio Berlusconi, appaiono Giulio Andreotti, Adriano Galliani, Simona Ventura, Moana Pozzi e innumerevoli altri personaggi sottratti alla cronaca: lo scrittore riproduce le loro maschere, eppure la finzione sembra rivelare le loro reali fattezze, così come Canio, sotto le spoglie del pagliaccio, dimostra la sua irriducibile umanità. È lo stesso criterio adottato dalla televisione: mettere in scena la quotidianità, ma l’effetto ottenuto dalla Battuta perfetta non è quello di legittimarne la mediocrità, ma di corroderla, di mostrare il volto tragico di questa commedia che ci vede tutti, al contempo, spettatori e attori.

Giovanni Turi