“Trentaquattro” di Leonardo Palmisano

Forse il parallelo è ardito, ma si è spontaneamente affacciato alle soglie della mia percezione in due occasioni. La prima: quando sul risvolto di copertina ho letto, rigirandomi il libro fra le mani prima di iniziare a leggerlo, di una madre, di una amante, della figlia di quest’ultima e delle relazioni fra di loro, intricate. Ho pensato a Guido, ‘i vorrei che tu e Lapo ed io: tre soli personaggi che si moltiplicano nel verso fino a far perdere il conto al lettore. Così è per le donne di questo breve romanzo, che imbrigliano il protagonista in una rete di relazioni molteplici.

Il secondo elemento dantesco è il dato numerico, evidentemente rilevante perché scelto come titolo e come base dell’architettura del romanzo, che consta, appunto, di trentaquattro capitoli. Se il “mezzo del cammin di nostra vita” era appena un anno dopo, il trentaquattresimo anno del testo è un momento di svolta intesa come apertura alla vita, nuovo inizio.

Difficile recensire avendo appreso, durante la presentazione del testo (Il Grillo editore) alla Feltrinelli di Bari, che l’Autore preferisce che non si anticipi molto sulla seconda parte, interessante variazione rispetto alla prima. La storia è narrata a diversi livelli e con l’inserimento di lettere intese a moltiplicare i punti di vista. Lo stesso protagonista è denominato, da una delle donne della sua vita, “destrutturato”, e infatti è come disperso nelle sue relazioni con le tre donne, tanto che parafrasa il titolo petrarchesco “rerum mearum fragmenta” per definire gli oggetti che gli appartengono.

La storia di esistenze intrecciate, ma in fondo di innamoramenti e di tentativi di condurre il corso degli anni nel miglior modo possibile, barcamenandosi con la prepotenza della vita, è narrata in maniera interessante e immediata, realistica e avvincente.

In definitiva, l’esordio narrativo del sociologo barese è una lettura consigliata. Che non spaventi l’irruenza di una chioma bruna che si affaccia nel campo visivo di una mattinata al mare, perché non avrebbe senso chiedersi come sarebbe andata senza un determinato incontro: nel momento in cui avviene, la vita cambia, e non avrebbe potuto essere diversamente.

Abbiamo intervistato l’autore per chiarire meglio alcune tematiche sociologiche del testo e i suoi punti di riferimento letterarî.

Nella recensione notavo come il trentaquattresimo anno d’età fosse vicino al “mezzo del cammin di nostra vita”. Per i personaggi del tuo libro è un anno di svolta, eppure non dimostrano particolare maturità, anzi, sembra che la vita si imponga e che il protagonista e Lina arrivino a 34 anni senza sapere bene cosa fare di sé, e quasi in balia degli eventi. È così? Si può ricavare un giudizio sociologico sui trentenni di oggi?

34 è un’età soglia, di passaggio, di mezzo, appunto, una specie di transito alla maturità. ed è un fatto dei 30/40enni di oggi di essere indisponibili alla maturità affettiva, perché privi di educazione sentimentale e pieni di voglia di riscattarsi anche attraverso le passioni e il sesso.

“Destrutturato”: è così che il protagonista viene chiamato da Lina ed è questo che, in effetti, lo definisce. La sua identità è costituita dalla somma delle relazioni che intrattiene con le donne della sua vita: è, dunque, indefinibile univocamente?

Il personaggio è definibile nella sua impossibilità di essere definito. sembra un gioco di parole, ma non lo è, perché è una caratteristica del nostro tempo, dei nostri persinaggi, quella di non essere circoscrivibili in un perimetro preciso, classico, totalizzante. è un personaggio fluido.

Gli amici di infanzia del protagonista, compagni di scorribande a Carrassi, da adulti sono mariti infelici e padri di famiglia borghesi. Il giudizio del protagonista su di loro è negativo nonostante la sua vita abbia seguito un percorso decisamente non lineare, a cui tuttavia probabilmente non avrebbe rinunciato in nome di una pretesa “normalità”.  Meglio rischiare?

Sì, meglio rischiare, ma non troppo. io ho vissuto un po’ come il protagonista, calato in una Carrassi mista, socialmente mista, ma ho perso parecchi amici: alcuni perché succhiati dall’ascensore sociale verso l’alto, quindi nell’isolamento dorato; altri perché morti ammazzati, chi in guerra, chi in guerra di mala. nel mezzo, la  Carrassi che esiste ancora, con i suoi problemi, ma con il suo eccezionale senso della spudoratezza. Carrassi è un’altra Bari, un’altra città. è la città del rischio, quindi una porzione globalizzata di metropoli barese.

Il tuo stile sa essere a tratti lirico ma anche in grado di riportare lessico e velocità della quotidianità. Quali sono i tuoi libri e scrittori preferiti (se è vero che si tenta sempre di imitare ciò che ci piace leggere)?

Beh, sono un lettore avido, solitario, non amo molto il confronto pubblico con le letture che faccio, salvo quando devo presentare qualche autore. la mia formazione è classica davvero, i russi, i francesi, gli inglesi, i tedeschi, gli italiani, ovviamente, e autori nuovi. per questo romanzo, devo un tributo particolare a Carver, Fante, Jean Claude Izzo, la Nothomb…, ma anche agli scrittori pugliesi, come Carofiglio e Lagioia, con i quali mi piacerebbe dibattere di Bari e della sua ‘narrabilità’ (nel senso di abilità a narrarsi come città). Poi devo ad alcuni registi più recenti sui quali mi sono formato come sceneggiatore: Kar Wai, Kim ki duk, Kitano, Sorrentino. Ho svolto un lavoro di rapina, da cleptomane, per dirla con Sarah Kane, ma temo che nessuno degli autori citati possa ritrovarsi facilmente nel mio Trentaquattro

Carlotta Susca