“Verso la fine della bioetica” di Domenico Campanale

Dal referendum sulla fecondazione assistita del 2005 al dibattito sul testamento biologico fermo in Parlamento da anni malgrado l’accelerazione che fu data nelle settimane immediatamente successive alla morte di Eluana Englaro: questi e altri argomenti sono la testimonianza di quanto importante sia il ruolo della bioetica nel condizionare la vita quotidiana di un gran numero di persone. Ai volumi di maggior successo pubblicati negli ultimi tempi, tra tutti quelli scritti da Beppino Englaro e Ignazio Marino, si contrappone per le tesi esposte e anche per il taglio più legato alla filosofia del diritto, il volume di Domenico Campanale dal titolo Verso la fine della bioetica. Un diritto tragico il diritto alla morte (Edizioni Giuseppe Laterza, pp. 160, euro 20). L’autore, oggi alle soglie dei novant’anni, è stato professore ordinario di Filosofia morale e del diritto in diverse facoltà dell’Università di Bari e ha dedicato gran parte delle sue ricerche all’uomo in quanto «soggetto operante nell’ordine dei valori, di là dai quali non c’è scelta e libertà, ma soggezione nell’apparenza di una libertà senza presupposti».

Il volume comprende due saggi articolati e una Postilla. Quest’ultima riguarda principalmente il rapporto esistente tra la legge 194 sull’aborto e la legge 40 sulla fecondazione assistita. In particolare, Campanale evoca il segno di «una cancellazione della maternità e/o della paternità, per lasciar sussistere solo la genitorialità», mutamento che l’autore definisce come un «estremo impoverimento etico dei rapporti intergenerazionali». Il primo dei due saggi articolati raccolti in questo volume riguarda specificamente la bioetica. Qui Campanale rafforza le sue posizioni definendo come «funesta» la tendenza ad affidare alla scienza non solo la soluzione di problemi, «ma anche a definirli, e a definirli come determinanti per scelte in interventi normativi giuridici non meno che di altro genere: politici ed economici, sociali ed educativi, morali e religiosi». L’etica, secondo Campanale, è possibile solo autolimitando l’utilizzazione della scienza per i problemi della vita: una teoria, come si può vedere, diametralmente opposta ai movimenti civici e politici che si battono, per fare solo un esempio di caratura internazionale, per il finanziamento alle ricerche sulle cellule staminali. Già in questo primo saggio si affacciano del resto tematiche, ad esempio sullo “statuto” dell’embrione, che verranno più direttamente trattate nel secondo saggio che evoca come «tragica» la nascita del «diritto alla morte». Qui Campanale parte dall’analisi minuziosa di due sentenze della Corte di Cassazione sul tema, facendo riferimento nell’analisi tanto a testi filosofici (da Platone a Leibniz) quanto ad articoli di quotidiani sulla vicenda di Eluana Englaro. A questo proposito, Campanale esplicita con chiarezza la sua posizione, vicina a quella esposta in quei mesi di acceso dibattito sociale e politico dal “Movimento per la Vita”: «Accertare la “morte cerebrale” è accertare la morte, ma uno “stato vegetativo” è uno stato comunque vitale, la cui osservabilità, pur probabile al massimo grado, ha solo questa certezza: la quale, dunque, se non è sufficiente per dichiarare l’irreversibilità, tanto meno può giustificare un’azione o un’omissione la cui conseguenza è la morte certa (e questa è la sola certezza)».

Stefano Savella