“Storia di un metronomo capovolto” di Giuseppe Cristaldi

Pubblicato nel 2007 da una piccola casa editrice del Salento, Il Laboratorio di Parabita (LE), il romanzo d’esordio di Giuseppe Cristaldi, Storia di un metronomo capovolto (pp. 204, euro 15), è stato riproposto alcuni mesi fa, in una versione rivisitata (pur meritando probabilmente una migliore cura grafica del testo), per le Edizioni Libellula di Tricase. Un’operazione “rischiosa” per l’editore, come scrive lo stesso autore nel prologo alla nuova edizione, per una caratteristica speciale del romanzo, per la quale la lettura richiederebbe, per la migliore comprensione possibile, un vocabolario a portata di mano. In realtà, si tratta di una riedizione a nostro avviso necessaria, perché consente a un più ampio pubblico di lettori di avvicinarsi a un’opera difficilmente reperibile di una delle voci più giovani e interessanti della narrativa pugliese degli ultimi anni (Cristaldi, classe 1983, ha anche pubblicato nel 2008 per Besa Un rumore di gabbiani e nel 2010, per le Edizioni Controluce, il romanzo Belli di papillon verso il sacrificio).

La lingua utilizzata da Cristaldi è indubbiamente la cifra caratterizzante di questo romanzo e della sua produzione (ne ricordiamo un fulgido esempio anche nella prefazione alla recente raccolta di poesie di Elio Coriano, Il lamento dell’insonne). L’ipotesi che l’autore stia compiendo un mero esercizio di stile resiste solo poche pagine: in realtà, una volta “prese le misure” ed entrati in confidenza con la scrittura densa, cesellata e magmatica, diventa più semplice per il lettore riannodare i fili della trama ed essere condotti per le strade di una Messina «bollente e caotica». Antonio Gardini e Marco Fassi sono i due giovani protagonisti del romanzo; metà ragazzi di vita metà coscienza civile di una città, l’uno operaio proveniente dagli ultimi gradini della scala sociale, l’altro rampollo di una famiglia dell’alta borghesia, i due si conosceranno sulla strada in cui viene scoperto il corpo senza vita di Graziella Campagna, uccisa della mafia nel 1985. Da questo momento in poi le storie dei due ragazzi si intrecceranno in un crescendo anche narrativo nel quale spiccano pagine particolarmente riuscite. In primis quelle in cui Antonio assiste al drammatico infortunio sul lavoro di un suo collega, che lo segnerà indelebilmente («Antonio Gardini rimase basito, raggelò alla vista del sangue, sotto i suoi occhi il rullo trasportatore rammentava il senso del lavoro. Un tremore l’avvolse, come se lo ammonisse della sua nullità, della codardia, dell’incapacità di reagire»). E di poco successive, quelle del capitolo Vomito di paradosso, una sorta di discesa agli inferi nel quartiere degli sfollati del terremoto del 1908, che ricorda da vicino alcune pagine della Mortaccia, opera pasoliniana incompiuta, e di Petrolio («Se il vento si mostrava di buon umore i falò contorcevano le punte verso il cielo, si facevano serpenti incantati; i figli spuntavano fuori dalle capanne, per correre intorno alle lingue di fuoco. Schiamazzavano per un’attrazione che non si sapevano spiegare ma che amavano oltremodo. Li imitavano le madri puttanone ma per rispedirli in casa»).

Stefano Savella