“Io non sono esterno” di Giuseppe Merico

Io non sono esterno (Castelvecchi Editore, pp. 160, euro 14) è il primo romanzo del brindisino Giuseppe Merico, residente a Bologna e collaboratore della rivista letteraria «Argo». È un’opera di forte impatto, una storia aberrante, che rivela l’abilità di Merico nell’indagare il male e la sua assuefazione: «Ci si abitua a tutto, anche al peggio».

La voce narrante è quella di un ragazzino disabile segregato in uno scantinato e trattato come una bestia dal padre, un uomo violento e sanguinario che non esita ad abusare di sua moglie e di suo figlio. Vediamo dunque il mondo attraverso il filtro del buio, della paura, dell’oppressione, un universo limitato dalle angustie pareti del ripostiglio; ma anche prima della reclusione quella in cui vive il protagonista è una realtà desolata e squallida: ai margini di una tangenziale, in una Puglia estrema e immaginifica, come quella creata da Di Monopoli. Ma almeno “di sopra” c’era la possibilità di contemplare il mare, di seguire con lo sguardo e con la mente le veloci traiettorie delle autovetture, e poi c’era quella ragazzina che gli voleva un gran bene e c’era, talvolta, una madre. Ora ci sono solo lunghe ora di silenzio e di attesa; ci sono le voglie del padre da soddisfare e le cattiverie di Magnolia, parto della fantasia e della solitudine. Nonostante tutto questo però, il legame d’affetto viscerale tra padre e figlio continua ad essere indissolubile, come dimostrano il finale e le toccanti considerazioni del ragazzino, i suoi gesti disarmanti: «Gli prendo un dito tra le mani e lo accarezzo, tento di domarlo dentro. Non so che malattia abbia mio padre, se quello che mi ha fatto dipende da lui, dalla sua volontà, o se suo padre lo ha divorato quando anche Lui era un ragazzino».

Impossibile non pensare ad Ammaniti, in particolare a Io non ho paura per l’aspetto della prigionia e a Come Dio comanda riguardo al rapporto malato tra un “poco di buono” e suo figlio, ma Giuseppe Merico porta al parossismo la tensione narrativa e le inevitabili conseguenze del male.

Giovanni Turi