“La mia collina” di Mario Toma

Mancano pochi giorni a una nuova tornata delle elezioni amministrative, e tra una settimana dati elettorali, vincitori e vinti saranno storia, tanto dei grandi quanto dei piccoli comuni, in tutta Italia. Ripercorrere la storia di una città italiana, e in particolare la sua storia in età repubblicana, attraverso le personalità politiche che l’hanno governata è sempre più frequente, anche in Puglia, anche se talvolta lo studioso locale che si propone per quest’operazione di ricerca va di poco oltre l’enumerazione dei dati elettorali e dell’avvicendarsi di sindaci e partiti al governo della città. Non è questo però il caso di La mia collina, volume di Mario Toma pubblicato da Lupo Editore (pp. 216, euro 13): l’autore infatti decide giustamente di privilegiare l’analisi approfondita delle diverse personalità che si sono alternate alla guida della città di Lecce, delle loro idee politiche, talvolta delle loro trasmigrazioni tra partiti, piuttosto che la mera riproposizione dei freddi dati elettorali. Il tutto, dopo aver tracciato in un’ampia premessa (che costituisce i «racconti di amicizia e politica» del sottotitolo del volume) il background che ha favorito l’attività politica dello stesso Toma negli anni giovanili, prima dunque della sua elezione prima nel consiglio comunale di Casarano, sua città natale, dal 1971 al 1992, e poi da deputato della Repubblica dal 1983 al 1992, sempre nelle file del Pci.

E la storia politica della città di Lecce riserverà più di una sorpresa a chi poco o nulla ne conosce, sia per motivi anagrafici sia per aver vissuto in altre parti d’Italia. Purtuttavia, si tratta di una storia quanto mai attuale, che l’autore riesce per quanto possibile a svincolare da un discorso prettamente locale e a renderla fruibile anche dal lettore non leccese e non salentino.  L’attualità della vicenda politica di Lecce, soprattutto negli anni del secondo dopoguerra, sta soprattutto nel successo del Qualunquismo e di una figura, quella di Oronzo Massari, che se non fosse per il rifiuto della modernità che caratterizzò la sua personalità e la sua stessa attività politica, lasciando il capoluogo salentino ai margini dello sviluppo industriale nazionale negli anni Cinquanta e Sessanta, sarebbe per altri suoi comportamenti assai ben sovrapponibile ad altre personalità che tuttoggi propugnano, accanto alla pulizia morale, e senza vedervi alcuna contraddizione, anche la scomparsa e la morte dei partiti tradizionali e un’idea di confronto politico e istituzionale che non prevede alcun ruolo per l’opposizione, e più in generale per chi si frappone tra i propri desiderata e la loro realizzazione. Di Massari (che non a caso è passato alla storia anche con un termine che identifica il «massarismo») Toma scrive ad esempio che «Era lui il partito, era lui l’istituzione. […] Chi non aveva questo rapporto con lui era l’altro, il nemico. Genere composto da parassiti e corrotti. Che pensavano solo al proprio interesse personale e ad arricchirsi e stavano dentro i partiti, soprattutto di sinistra». E ancora, «sceglieva personalmente i candidati della lista e gli assessori da nominare, […] concedeva licenze edilizie ad personam ad avversari politici per assicurarsi simpatie e futuri consensi». La parabola politica di Massari, dopo una breve parentesi romana (fu eletto al Parlamento, con grande successo elettorale, nelle fila del Partito Monarchico), si avviò quindi al declino, per la formazione di una classe dirigente alternativa, soprattutto di area democristiana e liberale, sia per aver commesso un errore politico, quello di un accordo politico con la Dc in seguito a una sua nuova elezione a sindaco, poi non rispettato, e per il venir meno dei suoi stessi sodali. Successivamente alla parabola massariana, Lecce resterà saldamente guidata dal centro-destra, in primis da Dc, Pli (nel cui partito Ennio Bonea puntò alla leadership nazionale, venendo tuttavia sconfitto da Malagodi) e Msi, dove troviamo già nel 1967 l’elezione in consiglio comunale della docente di latino Adriana Poli Bortone. Quest’ultima sarà figura centrale della politica leccese nei decenni successivi e fino ai giorni nostri, mentre a sinistra, fatta eccezione per la parentesi amministrativa di Stefano Salvemini a metà degli anni Novanta, Toma dedica buona parte delle sue riflessioni al ruolo di Giovanni Pellegrino, senatore dal 1990 al 2001 e poi presidente della Provincia di Lecce dal 2004 al 2009.

Stefano Savella