“I ragni in testa” di Alessandro Angeli

I ragni in testa. Racconti di un’Italia invisibile (Besa Editrice, pp. 112, euro 14) raccoglie quattro storie intense e amare, frante in taglienti schegge narrative; con uno stile ellittico e teso Alessandro Angeli tratteggia un Sud cupo e visionario, dove però la speranza e il riscatto non sono ancora impossibili. Ad accomunare i protagonisti di questi racconti, tuttavia, non è solo l’attraversamento di un territorio di confine, quanto la loro solitudine e insoddisfazione.

«Ogni tanto mi fermo a guardare la gente che cammina per strada, sembrano uguali a me in tutto e per tutto, ma in fondo non è così, non so bene chi l’abbia deciso e quale sia il motivo, ma io non sono come loro, non so più nemmeno cosa sono diventato», sono le considerazioni del narratore del primo racconto (quello che dà il titolo alla raccolta). È un clandestino che ha lasciato la propria terra e la famiglia per trovare lavoro in Italia, rassegnandosi ai soprusi, all’ansia e alla paura «di rimanerci, di essere ucciso da un attacco di cuore, quando il respiro s’ingrossa»: sotto lo sguardo severo del padrone non c’è tempo per fermarsi e riposare, ma per stringere un’amicizia decisiva forse si.

Il secondo testo, La sposa bianca, è ambientato prevalentemente a Palermo, vista con gli occhi del giovane Tommaso come un’onirica bolgia infernale, dove il cielo sovrasta incombente la distesa di traffico e cemento, dove le logiche mafiose condizionano pesantemente ogni aspetto della quotidianità: «quasi non riesco più a riconoscere la mia vita, come se un pezzo alla volta l’avessi smarrita senza accorgermene. Ma se per un istante riesco a mettere a fuoco le cose, mi accorgo che qualcuno ha voluto rubarmela invece, appropriandosi di qualcosa che non gli apparteneva». A Tommaso tocca combattere con il desiderio di riscattare l’onore di suo fratello e di suo padre e cercare di riuscire ad accogliere, in un cuore indurito, l’affetto di Maria e magari l’insegnamento di uno sconosciuto…

La giostra dei camminamenti è soprattutto una storia d’amore adolescenziale in un campo rom, ma anche qui – come nel primo brano – si percepisce il peso di una diversità segnata prevalentemente dal pregiudizio, con esiti drammatici per una pur difficile convivenza. Metaponto infine è ambientato in parte in una Basilicata arida, anche di prospettive per chi vi è nato e magari vorrebbe restarci, e una Torino ostile e altrettanto degradata, ma anche qui il finale è aperto.

Alessandro Angeli dimostra, dunque, di saper trascendere dagli episodi di cronaca che spesso lo hanno ispirato in questi testi per cogliere non solo il lamento di una terra dove talvolta “si muore senza riuscire a vivere”, ma anche i germogli di una speranza che non riesce a estinguersi.

Giovanni Turi