Intervista a Flavia Piccinni

Dal momento che attraversa tutto il romanzo, da cosa nasce la passione della protagonista dello Sbaglio per gli scacchi? È condivisa anche dall’autrice? Cosa rappresenta in realtà questo gioco?

Io ho giocato a livello agonistico per tanti anni, e volevo raccontare gli scacchi sotto un’ottica diversa. Demolire la classica associazione con la shoah, così come l’immagine fredda e chiusa che spesso si ha del gioco. Gli scacchi sono una perfetta metafora della vita, ma anche un modo per decifrare nei dettagli la realtà. Sono un mondo dentro cui perdersi. Un mondo pericoloso, dove il confine fra passione e ossessione – come spesso accade con tutti i grandi amori – è molto labile.

Dominante è il tema dell’ipocrisia nei rapporti umani, dell’ambiguità dei sentimenti. Ritieni che sia una condizione della natura umana o che sia stata esasperata dalla contemporaneità? Cosa è successo nella famiglia italiana?

Credo che ormai la famiglia italiana non esista più. È stata smembrata, nei valori e nelle priorità. Il risultato, come la protagonista del romanzo Caterina proverà sulla sua pelle, è un vuoto simulacro. È certamente banale dire che l’ipocrisia e l’egoismo sono connaturati da sempre nell’uomo e che la società moderna ne aggravi il lato meschino e bastardo, ma è così. E, forse, non è neppure così tremendo come ci piace dire.

Taranto si materializza nostalgicamente in controluce nella figura della nonna materna, ma quasi tutta l’opera è ambientata a Lucca. Quanto sono distinte tra loro le anime di queste due città e quanto ti appartengono?

Sono nata e cresciuta a Taranto, mentre a Lucca ho trascorso la mia adolescenza. Se una è la città delle mie radici, l’altra conserva i luoghi e i ricordi del liceo, delle prime amicizie e dei miei primi racconti. Si tratta, ovviamente, di due città diverse come solo una città del Centro-Nord e una del Sud possono essere. Tanto Taranto è aperta e solare, pur nei suoi infiniti problemi come quelli legati all’inquinamento dell’Ilva e all’infinita sequenza di morti bianche legati all’acciaieria, quanto Lucca è prigioniera di un’anima nobile, con le sue mura protettrici e castranti, con le sue strade buie e il suo estremo provincialismo. Sono due universi paralleli, e proprio per questo ho scelto di raccontarle entrambe: due province italiane distanti anni luce, eppure immerse in egual misura in quel gretto perbenismo ipocrita tutto nostrano.

«Le sconfitte fanno parte dei tornei, dissuadono i giocatori ottusi e fanno andare avanti solo i più talentuosi e determinati». Vale anche nell’editoria, no? Quanto talento e quanta determinazione ti sono occorsi per approdare così giovane alla Rizzoli?

Non è pubblicare con Rizzoli, il traguardo. Almeno non lo è, e non lo è mai stato, per me. Il traguardo credo che sia scrivere una cosa che rappresenti me e le mie idee, il mio punto di vista sul mondo in tutto e per tutto. Scrivere è giustamente doloroso e faticoso, è una ricerca continua e interminabile che niente ha a che vedere con il riconoscimento, credo spropositato, che si dà alla casa editrice creando una classifica con editori di serie A e serie B. Il vero problema della nostra gerontocratica e poco meritocratica Italia è proprio questo: guardare ai giovani, soprattutto se scrittori, in base alla loro età leggendo più che le loro parole, le loro biografie. Ovviamente il risultato che si raggiunge diventa deviato, insincero, ipocrita. Credo che un libro vada letto e apprezzato per il suo valore o per il suo non-valore, e che giustificare il proprio parere in base ai dati biografici dell’autore sia sbagliato. Detto questo, non ho il miraggio del grande editore. Sono felice che Rizzoli abbia creduto in me e nel libro, ma non credo affatto che sia un punto di arrivo. Per arrivare a Rizzoli credo mi siano stati necessari lo stesso talento e determinazione che servono a un trentenne, un quarantenne, un cinquantenne. Uomo o donna. Né più, né meno.

La tua grande padronanza stilistica lascia intuire un ricco sostrato di letture: quali i tuoi autori di riferimento? Tra i tanti scrittori pugliesi emergenti come te, su chi punteresti?

Ercole Patti e Irene Brin sono sicuramente i miei due scrittori preferiti. Fra gli emergenti punterei su Giancarlo Liviano D’Arcangelo, mentre tanti altri degli scrittori pugliesi che amo leggere di più, come Mario Desiati, Nicola Lagioia e Omar di Monopoli, ormai non sono più emergenti da tempo.

Giovanni Turi