Aleph: “Il mestiere di vivere” di Giulia Basile

Di solito non so come affrontare le cose che non capisco. Mi limito a guardarmi intorno cercando dei punti di riferimento rassicuranti. Cerco i suoi occhi e lo seguo docile, aspettando che mi coccoli tra le braccia, e mi accarezzi con le sue mani, con la stessa delicatezza con cui muove di qua e di là i fogli del suo giornale. Ogni mattina aspetto paziente. E finalmente una lunga passeggiata, noi due da soli, per uno stretto sentiero di campagna, sempre quello, profumato di erbe selvatiche e piccoli fiori colorati che lui ha cura di non calpestare. E così faccio anch’io. Anche se per me un colore vale l’altro, un odore vale l’altro. Tranne il suo, il suo è inconfondibile ed è per questo che lo sento mio.

Un giorno all’alba sentii più forte del solito il suo profumo, più forte ma come di fiori appassiti, lo sentivo ma non riuscivo a vederlo. In casa c’era un trambusto di gente su e giù, la porta aperta in continuazione, anzi ad un certo punto la spalancarono. Qualcuno faceva scendere gocce d’acqua dagli occhi. Un fremito di paura si insinuò leggero nei miei occhi e poi scendendo fin nelle unghie mi paralizzò. Non avevo risposte da nessuno. Perché lui non tornava? Non accettavo il suo abbandono, così di botto, senza avvisaglie. Anche il mio istinto mi aveva tradita? Una parola, un saluto. Zero. Mi isolai da tutto. Per tre giorni rimasi così, accanto al suo letto. Non un suono nemmeno dalla mia bocca. L’assenza è silenzio e questo silenzio mi ucciderà.

Passarono tre giorni e a farmi uscire dall’isolamento venne a prendermi lei. Mi abbracciò forte, mi baciò sulla testa, mi accarezzò, i suoi capelli biondi si mescolarono con i miei, e solo allora uscii dalle mie paure. Ritrovai di nuovo l’amore. Passarono anni felici, ripresi le mie abitudini, altre ne aggiunsi, ho viaggiato tanto con lei che non mi ha mai lasciato. I suoi momenti di rabbia io li conosco, li comprendo. Scommetterei tutto, darei la mia vita per lei. Ora conosco un suono nuovo: amore, perché è così che mi chiama. Non che abbia dimenticato come mi chiamasse lui, quando le sue labbra si chiudevano dolcemente prima che ne uscisse il suono: Brina. Ma il nuovo nome mi dà certezze. E so di esistere.

All’improvviso è accaduto qualcosa. Durante la scorsa notte continui brividi mi hanno fatto sobbalzare il corpo senza che potessi fermarli. L’ultima cosa che ricordo è che lei mi ha presa di primo mattino, siamo scesi senza nemmeno il cappotto. Una corsa in macchina e ci siamo ritrovate in un posto tutto bianco.

Non so che giorno è, che ora è, ma so che sono a casa. Sono al caldo del caminetto e lei è vicino a me. Mi spingo in avanti per alzarmi. Non posso. Un dolore fitto mai provato si è attaccato al mio ventre. Mi guardo e mi accorgo che una lunga ferita mi divide in due, dal collo in giù. Comincio a tremare, ho freddo. Tante gocce d’acqua scendono dai suoi occhi. Quanto mi somiglia in questo momento! Voglio accoglierla io per una volta e abbracciarla come lei ha fatto tante volte con me, come lui aveva fatto con lei. Non ci riesco. La guardo con i miei occhi di cane ferito: tranquilla, a te non succederà, io non ti lascerò mai.

Giulia Basile, trent’anni di lavoro come docente, ha pubblicato una serie di raccolte poetiche (Nel buio di dentro, Gatta danzante, La collina dell’infedeltà), L’Hospite (Tholos Editrice, 2009) e Tredici storie per tredici donne (Stilo Editrice, 2011).