Aleph: “Il mestiere di vivere” di Oscar Pizzulli

«Papà, mi racconti una storia?» chiese sospirando la bambina, non appena il chiarore lunare scese ad indorare il suo umile giaciglio.

Chiamava papà quell’uomo vecchio e stanco, quantunque non lo fosse, perché era stato l’unico a prendersi cura di lei e perché nei suoi lineamenti, dolci e consumati, riponeva quella fiducia universale che, alle volte, si porge inconsciamente, come un affluente che ceda le sue acque al mare.

Tutte le volte che la piccola gli rivolgeva quella richiesta, gli occhi dell’uomo, appesantiti da un dolore ancestrale, si inchinavano a fissare la sua infantile chioma nera, quasi non riuscissero a sostenere il volto della luna, pallido e scevro da ogni affanno. Cominciava così a raccontare le inverosimili storie di orchi e principesse, streghe e cavalieri erranti, ed era come se, con il passar del tempo, fosse svanita in lui ogni indecisione sulla veridicità di quegli avvenimenti narrati, convinto d’aver anch’egli preso parte, un giorno remoto del passato, a quelle incredibili avventure. La sua mente si era andata ricreando, attorno ai miti e alle leggende popolari, una nuova imbracatura che non la facesse uscir fuori dalla comune ragionevolezza. Dal momento che, per un istinto superiore, ognuno ha bisogno di vivere per condurre a termine una missione, aveva immaginato che la sua fosse quella di rendere servizio al potere del racconto, ormai in declino e trascurato e, in questo modo, si sentiva ancora vicino allo spirito naturale del genere umano. Non lo interessavano le moderne figure della tecnica, fuorvianti armature di non senso che trasudano di falsa originalità e da giovane aveva abbandonato il torchio della fabbrica alla ricerca di un’attività che sviluppasse, a suo dire, i più alti contenuti delle facoltà umane. Si era messo a praticare mestieri manuali, diventando un abile artigiano, per poi comprendere, come il filosofo cinico, che la vita può anche fare a meno di ciò che continuamente si crea e si modella con le mani, per essere, invece, vissuta all’interno della sottile cornice di un ricordo tramandato.

D’altronde, non basta la memoria di una piccola cellula per dar vita ad un essere umano?

Come cantastorie, ricordava la gente che per anni lo aveva seguito attentamente nei suoi continui spostamenti, prima che arrivassero altre distrazioni e che il timore e la paura portassero gli uomini a diffidare del prossimo e a trincerarsi dal vicino.

Ora che nessuno andava più ascoltando dalla sua voce il racconto della vita, non aveva più alcun senso girare il mondo ed incastrare e smontare il tempo per trovare un attimo di autenticità da descrivere e immortalare. Lui, il musico, il guardiano, l’attento osservatore di ogni gesto ed azione, avrebbe continuato a rivivere i suoi ricordi trasferendoli nel cuore di quella piccola creatura, abbandonata e dimenticata come la sua esistenza, e questo, nonostante il freddo e la coltre di indifferenza che li avvolgeva, avrebbe riscaldato, per sempre, gli umori feriti e malconci di entrambi.

Sono uno studente di fisica dell’Università di Bari. Al momento vivo a Bari per motivi di studio ma sono di Ginosa, paese della provincia di Taranto. Mi piace scrivere (ho collaborato saltuariamente con testate giornalistiche locali) e per anni ho studiato musica, attività purtroppo interrotta, che un giorno spero di poter riprendere.

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Nelle prossime settimane verranno pubblicati gli ultimi racconti della rubrica Aleph con il titolo “Il mestiere di vivere”. A partire dalla metà di febbraio, per tre mesi, il tema e il titolo che dovranno avere i racconti da inviare al nostro indirizzo info@puglialibre.it sarà: “Uomini e no”. Aspettiamo i vostri racconti!