“La felicità del testimone” di Elisabetta Liguori

Dopo Tutto questo silenzio, romanzo scritto a quattro mani con Rossano Astremo, Elisabetta Liguori torna alla scrittura solitaria nella Felicità del testimone (Manni Editori, pp. 276, euro 17). Un romanzo in cui a prevalere sulla trama sono gli impercettibili mutamenti interiori e l’immediatezza espressiva è ancella di uno stile franto e oscillante, volto a cogliere quella verità che «rotola ora da una parte, ora dall’altra»  ̶̶  ancor più se dipende dalle parole di una bambina che «come tutti, voleva soltanto essere felice».

La piccola Flavia ha assistito all’assassinio di un politico dai tanti nemici pubblici, per la sua intransigenza, e privati, a causa dell’intensa attività amatoria. Ma, si sa, quando le cose accadono in un piccolo centro del Mezzogiorno l’unica risposta che la collettività concepisce è il silenzio, e allora una «bambina parlante» che vive con la madre svampita e i nonni, e vede l’irruento padre una volta a settimana, è come un vaso di porcellana sotto una pressa. Concetta se ne rende subito conto, ma stenta un po’ a capire che può fare di più di quanto le sia chiesto come assistente sociale: può fare di più per la ragazzina, ma anche per capire come siano andate le cose, e infine per se stessa. Ecco allora che quello che poteva essere un thriller, diventa altro, una storia di formazione forse, o un piano inclinato su cui scivolano le certezze di personaggi e lettori.

In quale scaffale di una libreria collocherebbe idealmente il suo romanzo?

In quello della narrativa neo realista, ma non troppo lontano da quello destinato ai noir all’italiana, anche perché, fossi un libraio, metterei i due scaffali vicini l’uno all’altro per una sorta di ideale connessione logica.

Per cogliere la sua scrittura si può ribaltare questa sua espressione «parlavano delle cose che erano fuori per parlare di quelle che stavano dentro»?

Direi proprio di sì. Volendo immaginare un oggetto per descrivere la mia scrittura, penserei ad un erpice rotante, lo strumento cioè con il quale si dissoda la terra preparandola a nuove semine. Mi piace pensare che la mia scrittura proceda verticalmente, infatti, scomponga il reale in piccoli frammenti quotidiani, per comprenderlo meglio; scavi in profondità servendosi della semplice osservazione dei fatti. Vorrei mettere in scena personaggi e ucronìe, creare relazioni, innescare il cambiamento, rivelando quello che a volte si nasconde dietro l’apparenza. In altre parole: vincere la naturale opacità del mondo, infrangendo una sorta di vetro e liberando il caos.

Giovanni Turi

Domani, su www.puglialibre.it, la seconda parte della nostra intervista a Elisabetta Liguori.