“Quando il comunismo finì a tavola” di Fernando Coratelli

Quando il comunismo finì a tavola (Caratteri Mobili, pp. 128, euro 13) di Fernando Coratelli è il terzo volume della collana molecole: «aggregazioni narrative poliatomiche, legami letterari covalenti, meccanica quantistica della materia scrittoria». Non ci si aspetti dunque un romanzo canonico, perché la cornice narrativa c’è ed è costituita dall’incontro tra il protagonista e una donna e da una lunga intervista biografica, ma l’opera di Coratelli è soprattutto una riflessione ironica e con interessanti intuizioni sugli ultimi trentatre anni di vita pubblica; in particolare sulla deriva della sinistra che lo porta ad affermare, per bocca del suo alterego: «mi piace definirmi comunista, soprattutto perché non ho chiaro cosa sia la sinistra». Ma non facciamoci illusioni, non si salva nemmeno il comunismo, che anzi finisce neutralizzato a tavola nelle ricette con vodka, salmone o caviale.

Non si tratta di una trattazione organica e lineare, ma trova comunque una sua schematicità procedendo di undici anni in undici anni (con un piccolo strappo alla regola). Si parte dal 1978 con il rapimento di Aldo Moro e il mondiale argentino nel clima teso della dittatura di Videla, ed è proprio quest’ultimo a impressionare di più il giovane narratore, perché per dei bambini il calcio può rappresentare il “senso della vita”: percepire attraverso il disappunto paterno cosa si celi dietro lo spettacolo può dunque innestare il primo germe di una consapevolezza politica. Seconda tappa il 1989: il protagonista è ormai un diciottenne alla ricerca di un’identità (umana, affettiva e musicale), ma è soprattutto l’anno della caduta del Muro e della Svolta della Bolognina: ossia prove generali di harakiri del PCI. Si giunge poi al 2001, quando il web inizia a pervadere la quotidianità ma è ancora la televisione a trasmettere in diretta gli aggiornamenti e le immagini del crollo delle Twin Towers: «mentre si guarda tutti le Torri gemelle implodere, i resti dell’ideale comunista e delle prese di distanza da chi rappresenta il capitalismo trovano la loro pietra tombale»; per l’Italia è anche l’anno della vergogna e dei disordini del G8 di Genova. Infine il 2011, l’era dei social network, con la nuova crisi finanziaria e un futuro ancora tutto da scrivere, fosco quantomeno.

Giovanni Turi