Aleph: “Il mestiere di vivere” di Mariagrazia Veccaro

Forse è quel sentirsi dei sopravvissuti a rinnovare l’impressione che la giornata non è che uno scontro campale.

Raggiungere un bar, uno qualsiasi, a prima mattina, diciamo verso le 7, 7 e mezzo, e mai per fame no, sempre per quel desiderio che un tempo, è vero, fu bulimico, di dare un’altra chance al mondo, a me stessa nel mondo. I sopravvissuti come me li riconosco a naso, sanno di sale degli oceani dei loro silenzi, gli altri sono solo le grida scosciate e il chiacchiericcio ronzante del bagnasciuga sudato durante la stagione balneare.

Al bar lo scampato ad un disastro familiare, al crollo dell’impalcatura di un amore cedevole, quello fermo nella trincea di una sala d’aspetto cerca sempre di lavorare in sottrazione sulle frasi, desidera un caffè-macchiato-lungo ma dice solo “un caffè”, sceglierebbe un cornetto alla marmellata con le praline bianche ma pronuncia “..e un kraffen”, gli costa fatica chiedere un bicchiere d’acqua ed è per questo che si tiene la sete, il  gesuita che con l’arsura crede di pagare la colpa della sua indolenza, poi si avvicina alla cassa, il gesto appesantito di aprire il portafoglio che è come un “quant’è?”. Lui conosce il peso degli eventi, può farne persino una stima ad occhio, ecco perché fa fatica ad usare più di due parole per volta, riconosce l’inutilità dell’abbellimento, riduce all’essenziale e, tastando il nocciolo dell’essenza nell’essenziale, non ha paura di morire come tutti quelli che come lui hanno già preso le misure degli addii e delle distanze.

Qual è la differenza tra la consapevolezza e l’essersi arresi?

C’è l’altro seduto sempre al tavolino all’angolo, quello più nascosto, lui che veniva schernito per come s’ingobbiva durante i compiti in classe, un arco appassionato, che ogni volta, ora, che sente suonare la porta d’entrata si posiziona a schiena dritta sulla sedia come un cervo che si scuote dall’ansia di poter essere di nuovo vittima, guarda dritto chi entra come punterebbe il bersaglio un cecchino, stacca un pezzetto di flauto al latte con decisione, strappa i lembi della pasta con un taglio dei denti netti, un po’ spaventato per questa rabbia che il tempo gli ha fatto crescere dentro, figlio maledetto di uno stupro ma che comunque lui è deciso a tenersi, una gestazione è un’ulteriore barriera tra se stessi e gli altri.

La ragazza bassa che al bar si finge un’artiste parigina e sogna un amore che la cerchi nel bistrot, “perché non aspettavo che te”. Ordina sempre un tè perché spera che lui la riconosca seguendo il filo dell’odore del gelsomino, poi improvvisa un balletto per ritrovare degli spiccioli in tasca, lascia come mancia un sorriso dolce, da dare a lui nel caso passasse la sera, inavvertitamente. Passano gli anni, diversi gli avventori, baristi, menù, il colore di una tovaglia, ma rimane lì, sgranando silenziosi versi imparati a memoria di abbracci sotto i portici e ciliegi che arrossiscono di poeti che si fecero bastare l’amore di una donna soltanto.

Nel bar che frequento, verso le 7, 7 e mezzo, non c’è mai nessuno. Allora immagino di occupare ogni tavolino con le diverse anime che sono.

E tutto quello che è andato perso e tutto quello che non è ancora perduto ha l’alito di caffè, è nel freddo pungente delle 7, nel tintinnio delle pance calde delle tazze.

Mariagrazia Veccaro, nata ad Alberobello, studentessa in Lettere, collabora con varie riviste e giornali.