“To be continued” a cura di Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio

La giovane casa editrice CaratteriMobili propone una raccolta di saggi a cura di Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio, dal titolo To be continued (pp. 216, euro 15). Come suggerisce il sottotitolo – I destini del corpo nei serial televisivi – si parla di serie televisive statunitensi. Non una mera miscellanea di contributi, ma un progetto sensibile, imperniato appunto sul tema del corpo, in tutte le sue più creative accezioni. Pur nella coerenza portata avanti dal fil rouge, è inevitabile un’alternanza nello stile degli interventi, alcuni di impostazione accademico-filosofica, altri dal taglio più divulgativo, eppure la scorrevolezza non ne risente.

Molto dipende anche dalla conoscenza dei telefilm affrontati da parte del lettore; in caso contrario, spesso viene suscitata solo la curiosità di recuperare la serie e tuffarsi in una maratona audiovisiva. Il parto di questo consesso universitario è la prova di come la ricerca accademica non debba tradursi né in materiale ad uso e consumo dell’ambiente di origine, né in pubblicazioni dozzinali di pura rappresentanza curricolare. Non è certo un caso isolato, come testimoniano i precedenti della collana “formiche elettriche” o i testi citati in bibliografia, ma rappresenta un passo avanti nello sdoganamento delle serie televisive come forme di arte e/o espressione di cultura, oggetto meritevole di studio come la letteratura e il cinema. Del resto parliamo di fenomeni mediatici che assumono sempre più rilevanza con il trascorrere dei decenni e che potrebbero rappresentare un medium cardine della prima metà di questo secolo. La confezione curata e il design efficace a cui i grafici della casa editrice ci stanno abituando rendono l’esperienza più piacevole.

«To be continued – scrivono le curatrici nell’Opening Sequence – è quella formula magica capace di tessere il filo della narrazione seriale e tenerci sospesi, che sia nell’attesa ventennale tra la conclusione di una serie feticcio e il suo sequel, oppure nella pausa settimanale prevista tra la messa in onda di una puntata e l’altra, o nel tempo minimo necessario per passare da un file digitale al successivo. Racchiusa in questa formula c’è quasi una condanna ad una vita eterna per le serie, questi corpi narrativi che si ostinano a non morire, perché rianimati dalla nostalgia del pubblico o dalle strategie di marketing, o perché i loro frammenti continuano ad essere manipolati e rimessi in circolo, anche a distanza di anni, negli archivi affettivi della rete».

Michele Miglionico