“I meridiani” di Luca Di Bari

Parafrasando un detto cinese, potremmo dire che spesso fa più rumore una casa editrice che muore di tante altre che ne nascono. Negli ultimi mesi in Puglia si assiste all’epilogo dell’esperienza della Palomar di Gianfranco Cosma, scomparso lo scorso mese di dicembre: un ampio catalogo tra storia, letteratura e saggistica accademica che rischia di diventare dall’oggi al domani pressoché introvabile. A Bari non sarebbe la prima volta: a distanza di trent’anni sia tra gli addetti ai lavori sia, più semplicemente e diffusamente, tra la gran parte dei tesisti in Lettere, Storia o Scienze politiche, il nome della casa editrice De Donato viene pronunciato a metà tra il rimpianto (i primi) e il mistero (i secondi). Alla storia di questa casa editrice che ha reso Bari al centro del panorama editoriale nazionale e non solo dagli anni Cinquanta-Sessanta ai primi anni Ottanta, il ricercatore Luca Di Bari, già autore di saggi su Italo Calvino e sulla casa editrice Il Saggiatore (entrambi per Pensa Multimedia), ha dedicato il volume I meridiani. La casa editrice De Donato tra storia e memoria (Edizioni Dedalo, pp. 328, euro 17).

Una ricerca assai approfondita, quella di Di Bari, che si è avvalsa non solo del cospicuo materiale d’archivio, raccolto oggi presso la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, ma anche delle testimonianze da parte di alcuni  protagonisti di quell’esperienza come Giuseppe Vacca e Isidoro Mortellaro. E nella quale si ripercorre nel dettaglio una produzione editoriale che tuttoggi si dimostra di impressionante ricchezza, considerando peraltro il gran numero di pubblicazioni tradotte da paesi esteri, oltre che di indubbia attualità (al di là della forte matrice ideologica che plasmava il catalogo della De Donato, e che oggi può apparire, superficialmente, distante anni luce dal quadro politico attuale, non si può non citare, ad esempio, il manuale di diritto del lavoro dal titolo Diritto del lavoro per i lavoratori, scritto nel 1975 dall’allora ventiseienne giuslavorista Pietro Ichino, o i numerosi titoli di Chiara Saraceno sulle tematiche di genere, o ancora quelli di Gian Enrico Rusconi, oggi autore di punta della casa editrice Laterza e politologo ed editorialista tra i più letti e ascoltati sul presente e il futuro della Germania).

La storia della De Donato ebbe inizio con l’acquisizione della storica tipografia Leonardo da Vinci di Città di Castello e dell’azienza barese Macrì (con le quali aveva intrecciato rapporti editoriali già il pedagogista pugliese Giovanni Modugno), e con la pubblicazione di Segreto Tibet, un volume fotografico di Fosco Maraini che conseguì un grande successo, con recensioni su tutti i più diffusi periodici nazionali, e che fu finanziato direttamente dal giovane Diego De Donato con grossi sacrifici economici. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione editoriale andava sotto il nome della Leonardo da Vinci ma già si distingueva per l’attenzione ai volumi in traduzione e ai testi dei protagonisti della questione meridionale. Solo dalla metà degli anni Sessanta, con l’avvio della direzione editoriale di Giorgio Zampa, giornalista del «Mondo» di Pannunzio, il nome della casa editrice fu gradualmente modificato nel nome del suo fondatore. Tra i libri pubblicati nella seconda metà degli anni Sessanta, l’autore ricorda giustamente Il maestro e Margherita di Bulgakov: «pubblicato in Russia solo nel 1966 (poco prima che l’autore morisse) […] il testo venne rintracciato da Maria Olsoufieva che, dopo averlo letto su una rivista clandestina, lo portò all’attenzione dell’editore barese. […] De Donato riuscì a battere sul tempo l’Einaudi che pubblicò lo stesso libro poco dopo». Era infatti possibile che due editori potessero pubblicare lo stesso libro proveniente dall’Unione Sovietica pressoché contemporaneamente: «Poiché l’Urss non aveva aderito alla Convenzione di Berna, un qualsiasi editore poteva ottenere l’esclusiva sul mercato occidentale se la pubblicazione del libro fosse stata realizzata nei trenta giorni seguenti alla sua uscita in Urss. Al trentunesimo giorno, invece, l’opera poteva essere stampata da qualunque casa editrice senza esclusiva e obbligo di royalties. A tal fine la casa editrice poteva contare sull’aiuto di Maria Olsoufieva, quasi settantenne, che lavorava presso l’Istituto di traduzioni simultanee di Firenze».

Passando tra le prime crisi finanziarie, come quella del 1968, riorganizzazioni della pianta organica e nuovi collaboratori, la De Donato, che fu ad un passo dal pubblicare il primo numero dell’allora mensile «il manifesto», stampato poi dalla Dedalo Litostampa sempre a Bari, diventa società per azioni ma soprattutto il luogo di incontro dell’école barisienne (Giuseppe Vacca, Vito Amoruso, Mario Santostasi, Franco Cassano solo per citarne alcuni), che conferiranno alla produzione editoriale un taglio schiettamente politico: «La De Donato s’inseriva a pieno titolo nel dibattito culturale italiano e internazionale cercando d’interpretare i nuovi movimenti che vedevano protagonisti vecchi e nuovi gruppi sociali», scrive Di Bari. Le collane acquisirono una caratterizzazione molto più marcata e raccoglievano alcuni tra i migliori studi di argomento storico, politico, sociale, letterario di tutto il paese. Anche solo una rapida occhiata all’indice dei nomi di questo volume servirà infatti a comprendere la portata della produzione editoriale della De Donato; la cui esperienza segnò tuttavia, dalla fine degli Settanta, un lento declino, dovuto anche al «mutamento antropologico», per dirla con Pasolini, che già nel 1978 portava a «un relativo affievolirsi, specie fra i giovani, dell’interesse per i temi genericamente politici», come si legge in un Rapporto interno alla casa editrice di quell’anno. Pur di fronte alla crisi del progetto originario e allo sfaldamento della stessa école barisienne con la fuoriuscita di alcuni suoi protagonisti, fino all’ultimo non mancarono proposte volte a ripensare il progetto editoriale, ad esempio con un più forte radicamento sul territorio regionale, o con collane che puntavano ad attrarre nuove fasce di lettori, spostando l’attenzione sulle «realtà e i soggetti più estranei ai punti centrali della struttura di classe, andando ben al di là […] degli strumenti di osservazione più consolidati del marxismo». I conti della casa editrice continuavano comunque a peggiorare (anche per poco curate strategie di marketing, come si iniziava ad ammettere nei rapporti interni), e la ristrutturazione della pianta organica e l’acquisto di nuovi macchinari non riuscirono ad evitarne, nel 1983, la chiusura, allorquando il PCI, già alle prese con il fallimento di «Paese Sera» e la crisi de «l’Unità», decise di tagliare per intero il sostegno finanziario concesso alla De Donato, facendo fronte al costo di 420 milioni per il ripianamento dei debiti piuttosto che a uno certamente minore con il quale sarebbe stato in grado di rifinanziarla. Per il 1984, infatti, il programma editoriale prevedeva già ben 86 novità, rimaste però sulla carta.

Stefano Savella