“I miei giochi scomposti” di Lara Savoia

La stagione dell’amore, di Franco Battiato, ne sarebbe un’appropriata colonna sonora; declinato al plurale, «Le stagioni dell’amore» ne diverrebbe un ipotetico sottotitolo. L’ultima raccolta poetica di Lara Savoia si intitola invece I miei giochi scomposti (Manni Editori, pp. 126, euro 12) e comunque non a caso, giacché le stagioni di cui sopra e che danno il titolo ad ognuna delle quattro sezioni del volume si ritrovano in ordine sparso, scomposto appunto, o per meglio dire invertito (autunno, estate, primavera, inverno): potremmo allora parlare, continuando con le citazioni, di una sorta di canone inverso appositamente scelto dall’autrice dove le stagioni calde rappresentano il cuore di un passaggio attraverso sentimenti, scenari (quelli salentini, assai nitidi), pulsioni. «Le stagioni per l’Amore – scrive nella prefazione Hervé A. Cavallera, docente di Storia della pedagogia presso l’Università del Salento – espresse da Lara Savoia non sono sempre felici. Ella presenta un caleidoscopio di immagini, di sensazioni, di stati d’animo, di esperienze, in cui il lettore può molto trovare e trovarsi».

Le liriche di Savoia, alla sua seconda pubblicazione e con alle spalle studi multiformi, dalla biologia alla moda alla medicina (per certi versi, anch’essi scomposti), si muovono tra citazioni di testi classici (come nei versi dannunzian-montaliani «Taci, che odo / la schiuma del mare / comporre le tue ossa») a un denso erotismo che permea soprattutto la sezione di liriche dedicate all’estate («Un cerchio»). In quest’ultima la passione sovrasta di gran lunga ogni altra sensazione, assolutizzando il susseguirsi dei versi in un rapimento estatico dei sensi («L’odore, / l’odore allaga / le mie notti»; «Saziarmi di te, / di ciò che sei / sapore, aroma»). L’amore in tutte le altre declinazioni è invece al centro delle liriche nelle altre sezioni/stagioni: non sempre felice, si diceva, come in «Mi rifugio in quel dolore», che chiude un autunno cominciato invece con il trasporto di quello che appare a tratti un primo amore («Ogni giorno / prendo il nostro amore / tra le braccia / […] / ma ti amo e tu m’ami!»). In primavera si levano già verbi e oggetti appartenenti al passato («Ho creduto ad una vita: / tempi, abitudini, / baci tuoi, diversi»), mentre uno spento inverno produce immagini di un dolore cupo, che si esprime ad esempio nel contrasto di un violento «Rito nuziale»: «Morte e vita / mi hanno pugnalato alle spalle / […] / Le punte del dolore, / come tenenti mi aspettano / attorno in arco / cavando orbite di cecità». Come sottolinea ancora Cavallera, a questo proposito, quelle de I miei giochi scomposti sono «le stagioni di amore vissuto sempre come l’unico e che assume, pertanto, nel suo finire, dopo l’ossessione gioiosa del corpo, l’oscurità profonda della notte senza confini».

Stefano Savella