“Maria De Filippi ti odio” di Carmine Castoro

Pur proseguendo nel campo di ricerca avviato dal già apprezzato Videosofia di Valentina De Carlo, l’ultima delle «Formiche elettriche» di Caratteri Mobili compie un ulteriore passo in avanti nell’applicazione dell’indagine filosofica allo strumento televisivo, sporcandosi le mani, è proprio il caso di dirlo, con uno dei simboli della televisione italiana dell’ultimo decennio, probabilmente quello che ha marcato e plasmato più di altri non soltanto un palinsesto, ma addirittura una parte non trascurabile della sua stessa audience. Maria De Filippi ti odio. Per un’ecologia dell’immaginario televisivo (pp. 200, euro 15) è il saggio che Carmine Castoro, giornalista e autore televisivo, dedica a colei che è diventata quasi di soppiatto, lavorando costantemente ai fianchi le ultime resistenze di una programmazione già agonizzante, la padrona incontrastata del cosiddetto intrattenimento televisivo, in realtà piegato a un’arma di decerebralizzazione di massa.

Dialogando in modo serrato con numerosi filosofi, da Wittgenstein a Baudrillard, da Jaspers ad Augé, di cui peraltro si riporta in Appendice un’intervista inedita proprio sui temi oggetto del saggio, l’autore analizza in profondità, dopo aver pazientemente assistito a intere stagioni dei programmi televisivi condotti da Maria De Filippi (Amici, Uomini e Donne, C’è posta per te, Italia’s got Talent), la loro influenza tanto su gran parte del panorama televisivo nazionale, soprattutto ma non solo berlusconiano (Lo Show dei record, Domenica Cinque, Pomeriggio Cinque, ma potremmo aggiungere anche il non citato Forum, il cui format è stato plagiato sulla luminosa via di «Maria»), quanto su spettatori di ogni generazione. Una caratteristica, quest’ultima, nient’affatto comune, e che ha rappresentato probabilmente il vero punto di forza di un «potere» che è andato accrescendosi a macchia d’olio, allargandosi finanche al mercato discografico, così come al più popolare meccanismo delle comparsate e delle serate in discoteca. Dai bambini e dagli adolescenti – esercito del televoto che indossa la tuta-mimetica del proprio idolo, ad esempio il/la cantante ventenne che Maria piena di (s)grazia per tre volte negli ultimi quattro anni ha portato alla vittoria del Festival di Sanremo – agli anziani che si riconoscono, magari fingendo il contrario, negli attempati corteggiatori «col viagra nella cipolla» di Uomini e Donne, passando per le casalinghe disperate accecate dal bianchissimo fulgore dello studio e della «navata centrale» sulla quale «troneggia» (lei sì) l’imperturbabile Maria nello stesso programma, e senza dimenticare il catalogo di uomini di tutte le età alla ricerca del proprio minuto di celebrità mettendo in mostra il loro improbabile talento: quello che ne emerge è un quadro più che desolante, che ha fatto a pezzi quel filo già sottile di intimità e pudore che ancora teneva uniti milioni di italiani/e a una televisione ancora al di qua del baratro.

Il giudizio di Castoro sulla tv defilippiana è, come se ne deduce, senza appello. Né del trash, né del crash (quale era forse ai suoi esordi, quando Amici metteva in scena il conflitto intergenerazionale, pur annacquato nel primo esibizionismo degli anni Novanta), Maria De Filippi viene dipinta come regina dello splash, «l’immersione delle esistenze e dei loro desideri nell’acquario autoreferente e propellente dell’apparato tecno-spettacolare». Le gazzarre appiccate dagli autori di Amici o dalla Redazione «occulta» (un «ufficio di questura») di Uomini e Donne, che scoppiano tra le mani di adolescenti in preda a pianti e crisi isteriche «che, naturalmente, non possono far altro che sbranarsi in pubblico» (amici di chi?) o in mezzo a un nugolo di corteggiatori (e corteggiatrici) di tronisti/e con la dolce metà che li guarda e li incita da casa, fanno il resto. Tra le pagine più acute del saggio vi sono però ancora quelle riguardanti i «giochi linguistici» tipici delle trasmissioni di «Maria», primo tra tutti nominare la sedia come «seduta»: «Nell’organigramma dei suoi format, infatti – spiega Castoro –, non si sfugge a una cornice che è tribunalizia e penitenziaria. […] La parola rimanda, dunque, non più all’oggetto domestico che tutti conosciamo, […] ma all’uso stricto sensu che la De Filippi le conferisce nella procedura del programma. “Seduta” fa pensare proprio all’atto del sedersi […], piegati con deferenza, quasi mortificati nella posa, per essere interrogati, giudicati, scrutati, assolti o condannati». Non a caso la trasmissione con più «sedute» è Uomini e Donne, che l’autore definisce opportunamente «un’ecatombe del senso», una Mirrorville, un non-luogo simile ai campi-profughi descritti da Bauman: «Ghetti provvisori dove albergano quegli uomini e quelle donne dimenticati dal loro paese di appartenenza dove non possono far ritorno – e non ancora definitivamente accolti da quello che li ospita – che deve stabilire con che criteri e che modalità farlo». Un interstizio, un «ponte tibetano» tra la vita reale e la placenta illusoriamente protettiva della presenza televisiva.

Stefano Savella