Pugliesi fuorisede/1: “Una libraia nella grande Melano”

Talvolta si sente dire che “ciò che Milano legge oggi, diventa ciò che l’Italia leggerà domani”. Viene da sé che questa è la città in cui andare se si vuole avere a che fare con l’editoria.

Io sono venuta qui per lavorare. Anzi, no: sono venuta qui per amore. O forse per tutt’e due. Molti sono qui per amore del lavoro, scelta che francamente non condivido. Ma io sono del Sud. Se dico più di tre frasi continuative, mi beccano subito. “Siciliana?” “Calabrese?” “No, pugliese” (colpa delle mie vocali troppo aperte alla Lisa Simpson). “Ah sì, di dove?” “Bari.” “Davvero?” e poi, il novanta per cento delle volte, “Anch’io! Anche mia nonna! Anche mia/o madre/padre” o qualche altro pezzo della famiglia.

Mi fa piacere incontrare la gente del Sud, capire che ci sta a fare qui al Nord, come si trova, dove abita. E notare che quasi nessuno ha perso l’accento. O che con una terrona si slacciano e parlano senza remore. Per questo motivo scrivo di questo, dei miei due anni di trasferimento su, nella metropoli d’Italia, a novecento kilometri da casa.

Quando ho fatto il colloquio per quello che sarebbe stato il mio attuale lavoro ero molto emozionata. Come quando devi superare un esame per il quale sei preparatissimo e non vedi l’ora di metterti alla prova e mostrare il tuo sapere, però hai anche una paura del diavolo perché se non lo dovessi passare non sai se riuscirai a sorriderti. Faccio una buona impressione, sento di avere la vittoria in tasca, socchiudo gli occhi pensierosa e sognante. Quante volte avrò desiderato lavorare in una libreria? E finalmente, ci sono.

La libreria è piccola, da rifinire, ci sono ancora i muratori che preparano i mobili e devono terminare gli attacchi elettrici. E poi bisogna allestire con gli altri librai venuti ad aiutarci. L’inizio effettivo del lavoro slitta, ma io sono già in paradiso.

In libreria le cose vanno veloci, si impara ogni giorno qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcosa da mettere a posto, qualche dubbio su come catalogare un libro. Ma soprattutto c’è il problema dello spazio: i libri sono tanti, non si sa più dove metterli. Scaffali che scoppiano, arrivi improvvisi di cartoni ricolmi, copie che trabordano, pile e pile da sistemare. Ho la costante sensazione di vivere nel gioco del tetris. Ma ormai sono un genio della logistica – e poi c’è il magazzino, che straripa a mesi alterni, però c’è.

Chi lavora in libreria sa di essere la preda di alcune categorie umane. La prima sono i sedicenti scrittori. Di solito la formula è: “Per caso avete questo libro …?” e sparano il titolo del loro capolavoro incompreso. Noi: “No, non ce l’abbiamo”, segue una pressante (per il genio incompreso) e fastidiosa (per me) chiacchierata approfondita su come far entrare il libro da noi, farne arrivare delle copie, contattare l’editore e il distributore, ecc. Il più delle volte si risolve con un nulla di fatto, spesso non per colpa nostra. Siamo tutti dei geni incompresi, in fondo.

Una seconda categoria è quella dei perditempo ed esibizionisti (spesso simile alla prima). Dalla più semplice delle domande queste persone arrivano a parlarti di tutt’altro – della politica, della scuola, della famiglia, dei vip sul giornale – e non se ne vanno neanche quando una coda si forma dietro la cassa.

Per noi c’è il bonus della categoria speciale: i malati. Eh sì, perché la libreria è situata all’interno dell’Ospedale Cà Granda, dove c’è una vasta area commerciale (in Lombardia non esiste spazio pubblico inutilizzato, presto o tardi diventa un centro commerciale, non c’è fuga dal diktat consumistico). Da noi gira gente in carrozzella o in pigiama, anziani in vestaglia, donne in tuta di velluto o in veste da camera rosa, future madri, tabagisti incalliti che non si rassegnano all’idea che no, non vendiamo sigarette… Ci sono quelli con i tubi nel naso o nel collo, con il catetere o con la flebo attaccate. Un’umanità malata che non rinuncia al giornale, all’enigmistica o all’ultimo libro della Parodi. Che richiede la propria dose di dignità e libertà da tutte queste cure e medicinali.

Tanti pazienti tornano ciclicamente. Più magri, più grassi, più bianchi, che hai sempre paura a chiedergli “come va”. C’è un bambino che ha mille fili, tipo tubi dell’elettricità, che gli corrono in testa, attaccati con la ventosa. Scende in galleria con una cuffia in testa. Non parla per niente e i genitori gli comprano qualunque cosa. Ho impresso il ricordo di un signore anziano che veniva la mattina prestissimo, appena aperto. Radi e lunghi capelli grigi, occhi grandissimi, ematomi ovunque, fisico rinsecchito e una grande flebo a cui era attaccato un apparecchio che emetteva un ‘bip’ e che cadeva in continuazione. Andava avanti con questo girello rumoroso nel quale spesso inciampava e faceva una pena tremenda, camminava a passi brevi e lenti con la vestaglietta azzurra. Per più di anno è venuta una signora alta e bella con il marito: salutarci prima che facesse la chemio era un modo per esorcizzare la paura. Poi veniva più leggera a comprare regali a parenti e amici, e ha lasciato a noi un pacco intero di caramelle – e un meraviglioso ricordo.

Con molte facce ho acquisito familiarità, so quali sono i loro gusti e cosa compreranno; con i clienti abituali si instaura una specie di rito, si fanno battute ad hoc per prendersi in giro e comunicare; e nonostante scocciatori e clamorose gaffes, lo scambio umano che un lavoro a contatto con il pubblico offre è gratificante. Anche al Nord, dove si dice che siano tutti più freddi.

Milano è una città dura ed enorme, che ti riserva sempre delle sorprese. Come intravedere il prossimo accessorio modaiolo in metro o scoprire delle ville che proprio non ti aspetti vicino alla Bicocca. Al momento sono appesa a un filo e non so cosa ci sarà dall’altra parte. Socchiudo gli occhi e sono di nuovo pensierosa e sognante. Milano è qui, la città palpita e io resto in attesa, vigile.

Azzurra Scattarella