“Senza bagagli” di Elvira Dones

Anche se la protagonista Klea condivide molto della biografia di Elvira Dones, quella di Senza bagagli (Besa Editrice, pp. 282, euro 20) è anche e soprattutto la storia dell’Albania tra anni ’80 e ’90, durante il trapasso da feroce dittatura comunista a embrionale democrazia; realtà a noi tanto vicina quanto oscura: «Anche il più attento e il più premuroso di loro, degli occidentali, non avrebbe mai capito per intero l’assurda sofferenza di un popolo che viveva lì, vicinissimo a loro, tre milioni di persone per vedere le quali (e, chissà, capire) bastava solcare poche miglia di mare».

Costantemente la Dones sottolinea l’impossibilità, per chi non li ha vissuti, di comprendere realmente il clima inquisitorio generato dalla Sigurimi (corrispettivo albanese della Stasi), la lotta quotidiana per l’approvvigionamento di acqua e alimenti, la stringente regolamentazione del “tempo libero” – spesso tramutato in “lavoro volontario”. Klea è un’operatrice televisiva che non riesce ad accettare tutto questo, incapace com’è di scendere a compromessi sia con il regime che con i suoi sentimenti, sospinta sempre da un anelito di libertà e dalla caparbietà delle sue aspirazioni. Quando ha sentito affievolirsi il legame con il marito ha scelto la strada della separazione (ancor più ardua in un Paese dove tutto è giudicato in base all’apparenza); giungerà persino a staccarsi dall’adorato figlio per amore di un giornalista straniero, ma anche per disperazione e insofferenza verso i sotterfugi e le illazioni che è costretta a tollerare. Eppure dovrà ammettere che non vi sia un altrove possibile su cui non gravi tutto il suo passato; l’Europa moderna non saprà smettere di rinfacciarle il suo essere straniera e a mala pena tollerarla.

La prosa intensa e sofferta è quella di un romanzo che racchiude la testimonianza di una ferita non ancora del tutto rimarginata, di un passato troppo recente per essere metabolizzato e che per questo esige di essere narrato: «Non sapeva ancora se aveva cose da raccontare alla gente, agli altri, al mondo là fuori. Ma aveva cose da dire a se stessa. E alla terra da cui proveniva».

Giovanni Turi