“Scritto dentro” di Fernando Marchiori

Scritto dentro (pp. 106, euro 15) di Fernando Marchiori segna il ritorno alla narrativa italiana delle Rive dei narratori, pregevole collana della Poiesis Editrice. Si tratta di una storia di ideali travisati e di ferite che non si rimarginano, ma a colpire e incantare il lettore è soprattutto lo stile lirico e intenso, frastagliato e disarmante di Marchiori, noto in realtà più come critico teatrale e letterario, che non come narratore (si pensi a Mappa Mondo. Il teatro di Marco Paolini, Einaudi).

Il protagonista di questo breve romanzo, Saetta, è irretito nell’amarezza e vacuità del proprio passato, quello dei moti studenteschi degli anni ’70, e ha scelto di “lasciarsi vivere” in una dimensione naturale e remota; ma i suoi compagni di un tempo, gli stessi che lo hanno abbandonato alla deriva, hanno ora bisogno della sua testimonianza. Sarà Moira, la figlia di quella che era stata la donna di Saetta, a ristabilire un contatto con lui e a tendere la rete dell’inganno; eppure la sua giovinezza non saprà farla essere spregiudicata, né il suo candore risulterà simulato:

«Voglio aiutarti ad uscire da questo guscio di comodo male, devi tornare a lottare!»

«Tu non sai quel che dici. Sono loro che ti mandano? Cosa vogliono adesso da me, non ho niente a che fare con loro.»

«Loro mi mandano, è vero, ma sono io che ho deciso di dirti le cose come stanno.»

«Così dovrei anche ringraziarti! E come stanno le cose, allora, sentiamo.»

«Non essere cinico, può darsi che sia anche l’unico modo per liberarti dal tuo male. Quel giorno in piazza, quando è stato ammazzato Francesco…».

Non occorre aggiungere molto riguardo alla trama, sia per non anticipare gli snodi narrativi, sia perché, come si accennava, è la scrittura a impreziosire quest’opera in cui si sperimenta un linguaggio inconsueto, a tratti trasognato e a tratti vividissimo. Forse Marchiori non intende nemmeno denunciare ciò che quei moti sembravano preannunciare, ma non si è poi realizzato; aleggia tuttavia una certa nostalgia mista al rimorso di un sogno che si è consumato troppo in fretta, e di cui le nuove generazioni non riescono nemmeno a ricomporre le ceneri.

Giovanni Turi