“La B capovolta” di Sofia Schito

Mescolare in un sogno immaginazione, (pre)sentimenti, la vita quotidiana passata tra amici, internet e famiglia, è ciò che probabilmente accade a molti giovanissimi dopo aver ascoltato per la prima volta, soprattutto sui banchi di scuola, la storia della Shoah, dei campi di concentramento, della follia nazifascista. A immaginarsi nei panni di un ragazzino dei nostri giorni che si confronta con l’immane tragedia di Auschwitz è, nella sua prima prova letteraria, Sofia Schito, nel libro La B capovolta, pubblicato da Lupo Editore (pp. 136, euro 13), che sarà nel prossimo anno scolastico adottato in alcune classi del Salento. La giovane autrice, di Felline, in provincia di Lecce, è da anni impegnata proprio nelle scuole elementari e medie in vari progetti di ambito storico, quale è la sua specializzazione conseguita negli studi all’Università Cattolica di Milano.

Il piccolo protagonista del romanzo è alle prese con un sogno che confonde improvvisamente tutte le sue certezze: il calendario segna in rosso tutti i sabati, gli amici di scuola restano a bagnarsi sulla strada rifiutando l’aiuto di un ombrello, il loro pigiama a righe così strano, il bianco e nero avvolge tutta la città, una città in cui non è mai stato. Chiudendo il portone di casa, si lascia alle spalle insieme alle urla della signora del secondo piano tutta la sua vita quotidiana di comodità, di giochi, di torte al cioccolato, e comincia un cammino lunghissimo che lo porterà, in compagnia di Luca, Grazia e Samuele dentro il campo di Auschwitz. Al suo fianco, su vagoni che attraversano il Brennero lasciando tutti senza cibo né acqua, un Signor Chimico che parla un po’ strano, che gli appare tuttalpiù uno stralunato attore che impara a memoria le battute di un film, ma che alla fine dell’avventura riconoscerà in Primo Levi, vero nume tutelare non solo del piccolo protagonista ma dell’intero romanzo, che include infatti alcuni brevi stralci assai significativi di Se questo è un uomo.

Nell’immaginazione del protagonista e dei suoi amici, il filo spinato serve «alle nostre mamme per stendere i vestiti ad asciugare», e il primo pensiero prima di salire sui vagoni è ricordarsi di mettere in valigia la maglietta da calcio preferita. È uno sguardo incantato che si andrà stazione dopo stazione incrinando davanti alla barbarie, fino all’arrivo in quel campo in cui il fabbro è alle prese con la realizzazione di una scritta, Arbeit Macht Frei, sulla quale lascerà la sua impronta di dissidente, il suo eterno grido di rivolta, forgiando capovolta la “B” di Arbeit. E come in tutti i sogni, anche gli incontri non sono mai casuali: capita così che il nipote di quel fabbro non sia altri che Jan, l’amico polacco del protagonista, conosciuto per un gioco su internet, nativo proprio di Auschwitz, Oswiecim, o più semplicemente, per la semplicità di un ragazzino, Osveci.

I cento pezzi di questo puzzle onirico finiranno inevitabilmente per ricomporsi: resterà la traccia di un insegnamento, delle parole perdute dal Signor Chimico, l’importanza di conservare la Memoria – e non solo il 27 gennaio di ogni anno.

Stefano Savella