“Fatti male” di Ilaria Palomba

Un esordio narrativo a tinte forti quello di Ilaria Palomba con Fatti male (Gaffi editore, collana “I sassi”, pp. 350, euro 14,90). Sulla scorta di Devozione della Lattanzi, anche questa giovanissima autrice barese racconta una storia di dipendenza dalle droghe, ma quella della sua protagonista è ancor prima un’iniziazione all’amore torbido e sadico: la diciannovenne Stella, studentessa di Filosofia (come lo è stata la Palomba), inizia quasi inavvertitamente a scendere negli inferi dell’assoluta sottomissione al volere di Marco, uno spregiudicato trentenne che la renderà schiava delle proprie voglie e perversioni e per colpa del quale inizierà a sperimentare i più svariati stupefacenti. Stella vuole dimostrarsi all’altezza di ogni provocazione e non si accorge di come la sua consapevolezza non si traduca affatto in un controllo di se stessa e delle situazioni in cui si trova; la sua parabola è chiara sin dalle primissime pagine: «Stella si sente libera. Sente che può fare tutto ciò che le hanno sempre detto di non fare. Sente un’incredibile voglia di spingersi oltre e trasgredire. Sente che vuole l’odore di quell’uomo sulla sua pelle». Il titolo Fatti male non è dunque una generica considerazione sulla natura umana, ma l’imperativo con cui Marco la soggioga e approfitta di lei.

La Palomba dà certo prova di coraggio soffermandosi con crudezza e compiacimento su episodi scabrosi e momenti di intenso e perverso erotismo; mostra anche uno stile personale fortemente paratattico e sincopato, in cui la narrazione in terza persona è intervallata continuamente dai frequenti dialoghi e dalle riflessioni in corsivo della protagonista: una strategia efficace per trascinare il lettore nel vortice degli eventi. Avrà poi tempo e modo di emendare le acerbità, come la rigidità di certi personaggi (dei genitori di Stella, ad esempio) o la gestione delle loro apparizioni e scomparse (il “Ganzo” e Donato vengono chiamati in causa in maniera un po’ accessoria). Tuttavia, è bene ribadirlo, buona la prima, per lo meno per lettori disinibiti e senza peli sullo stomaco.

Giovanni Turi