“Lecce sbarocca” di Franco Ungaro

Il rosone tipicamente barocco è deformato, come in un gioco di specchi o, più precisamente, come se lo si guardasse all’interno di una campana di vetro. Dice già molto di Lecce questa immagine scelta per la copertina di Lecce sbarocca (Besa Editrice, pp. 104, euro 12), il libro di Franco Ungaro dedicato alla «capitale» del Salento (ma nel corso degli anni, e negli slogan elettorali senza freni, anche «capitale euromediterranea», «della moda», «dei weekend» e ovviamente «della cultura»). Un percorso narrativo e autobiografico che parte all’inizio degli anni Settanta con l’arrivo a Lecce, da Leporano, dell’autore-protagonista, con i suoi primi anni di studi e di militanza da fuorisede (poppete), e che arriva ai giorni nostri: nel corso di questi quattro decenni, Lecce viene raccontata attraverso le storie dei suoi intellettuali (Carmelo Bene su tutti) e della sua classe dirigente, ma anche con citazioni storiche e soprattutto ripercorrendo le tappe salienti del percorso compiuto dai Cantieri Teatrali Koreja, uno dei più interessanti e dinamici gruppi teatrali italiani, di cui Ungaro è tra i fondatori ed è tuttora uno dei principali animatori, creato ad Aradeo e poi trasferitosi a Lecce malgrado gli ostacoli a lungo frapposti dalle amministrazioni comunali.

Dar conto dei numerosissimi spunti offerti dalla lettura di questo libro scritto, come suggerisce Goffredo Fofi nella Postfazione, da un «innamorato esigente», richiederebbe lunghe digressioni sulla storia, sulla politica, sul costume, sull’economia, persino sulle dinamiche demografiche di Lecce. Su un punto in particolare è tuttavia doveroso soffermarsi, per sottolineare uno degli accostamenti più riusciti dell’autore nel suo libro: quello tra la «micromegalomania» degli amministratori leccesi (compreso chi amministratore ha provato a diventarlo: si legga l’ampio stralcio riportato da Ungaro di un comizio di Paolo Pagliaro tutto improntato all’orgoglio della leccesità, un vero e proprio deja-vù se si pensa al successo ottenuto a Lecce come in poche altre città italiane dal movimento dell’Uomo Qualunque nel secondo dopoguerra) e le esperienze vissute all’estero dall’autore per portare nel mondo le produzioni teatrali Koreja, dai Balcani al Medio Oriente, dall’Albania all’Iran nei giorni della più recente repressione contro i movimenti di rivolta giovanile. Letti l’uno al fianco dell’altro, e inframezzati dalle scene della nuova «movida alla leccese» («un selvaggio acchiappagiovani sotto il segno della confusione, dell’etilismo sfrenato e del guadagno facile») che sogna – non a caso – di emulare Barcellona, le brevi e taglienti riflessioni di Ungaro su questi due temi fanno cogliere appieno quanta distanza vi sia tra la pomposa definizione di «Lecce porta d’Europa» o di «Lecce capitale euromediterranea» da parte di chi ha semmai lasciato la città nella campana di vetro di cui sopra, e le azioni, le passioni, i viaggi, la vita vera di chi ogni giorno si propone con un instancabile attivismo culturale di rendere Lecce un ambiente aperto alle contaminazioni del Mediterraneo che già plasmarono quel «barocco» che oggi si propone come parola chiave di un’economia di sviluppo turistica. Nei riferimenti di Ungaro ai suoi viaggi all’estero per le attività di Koreja, emerge il punto più alto, o per meglio dire l’orizzonte cui tendere se si intende realmente costruire una visione del futuro di Lecce e del Salento che superi quella attuale devota agli schemi del conformismo e a un glocalismo fermo agli slogan delle campagne elettorali. Una visione futura che Ungaro già legge in filigrana nei rapporti con i Balcani («I Balcani sono febbricitanti e palpitanti. […] Il multiculturalismo è il loro e il nostro destino. L’identità può esistere solo come proiezione aperta al mondo, come prossimità senza barriere, come ricerca e condivisione di altre identità») e con il Medio Oriente («Beirut e Teheran […] sono due stelle dell’effervescente mondo arabo che implodono ed esplodono in un pianeta che segna febbre alta. Quel conflitto che a Lecce si rappresenta come schermaglia e recita mediatica, qui è ancora scontro fra grandi opzioni culturali e ideologiche»). «Il popolo italiano ama i fatti piccoli e le parole grosse», ebbe a dire Vilfredo Pareto novant’anni orsono a un gerarca fascista: l’impietosa rappresentazione di Ungaro nei confronti di gran parte della classe dirigente leccese e il consenso torrenziale che ancora di recente le è stato attribuito sembrano confermarlo.

Stefano Savella