“La donna dei fiori di carta” di Donato Carrisi

Nuvole di fumo e scatole di fiammiferi avviluppano il nuovo romanzo di Donato Carrisi, La donna dei fiori di carta (Longanesi, pp. 169, euro 11,60). Quasi un bisogno di calore, giacché il racconto prende l’avvio nel freddo delle Dolomiti, la notte fra il 14 e 15 aprile del 1916, durante la Prima guerra mondiale: Jacob Roumann, medico di guerra austriaco e un prigioniero italiano dimenticano, per poche ore, di essere nemici e, in una caverna, si raccontano, cambiando per sempre il corso delle loro esistenze.

«Chi è Guzman? Chi sono io? E chi era l’uomo che fumava sul Titanic?»: tre domande decisive che avranno le loro risposte inseguendo storie incastonate l’una nell’altra, come scatole cinesi, e che custodiscono una lettera da consegnare dopo ventun anni perché un uomo «aveva fatto una promessa. E come diceva sua moglie, le promesse fanno pesare il cuore».

Un viaggio che inizia nel Settecento con un mercante di spezie di nome Rabes e raggiunge Parigi e New York, sfiorando una valle del Sud della Cina, dove ogni anno le montagne cantano per amore.

Viaggiatore instancabile e grande fumatore è Guzman: «tutto ciò che Guzman fumava aveva una storia. E durante quell’atto lui la riviveva, la ripeteva e, a volte, la raccontava. Lui assaggiava le emozioni, e si emozionava».

Emoziona anche un segreto che dura da cento anni ed è legato al più famoso transatlantico della storia: la notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, mentre il Titanic affondava, un uomo in smoking, invece di cercare la salvezza, fumava un sigaro sul ponte della nave, aspettando di morire.

Ogni storia non potrebbe essere raccontata senza una donna bellissima e misteriosa, di nome Isabel, che «indossava la propria grazia come fosse un abito, incurante dell’effetto che produceva sugli altri» e un principe italiano dal «fascino selvatico», Davì.

Come gli aedi che hanno tramandato oralmente e per secoli le gesta degli eroi omerici, Carrisi dimostra l’importanza del tramandare, del non dimenticare le storie degli uomini, non importa se siano reali o no: «la verità non fa per me, però mi piace immaginarla».

Una scrittura diversa dai due precedenti romanzi, che colpisce per la forza espressiva e soprattutto per la chiarezza espositiva, quasi un bisogno di arrivare al cuore dei lettori, senza inutili sovrastrutture.

Custodite in un romanzo di struggente bellezza e nostalgia, le parole possono salvare e fare miracoli, come regalare il profumo a dei fiori di carta.

E giustamente possiamo ricordare le parole di Baricco sugli eroi dell’Iliade, che partecipano a lunghissime assemblee in cui parlano senza sosta: «sono Sharazade che si salva raccontando. La parola è l’arma con cui congelano la guerra. Sono tutti condannati a morte ma l’ultima sigaretta la fanno durare un’eternità: e la fumano con le parole».

Chiara Dell’Acqua