“Il guardiano dei morti” di Giuseppe Merico

Giuseppe Merico, nato a San Pietro Vernotico nel ’74, con Il guardiano dei morti (Perdisa Pop, pp. 380, euro 18) torna a esplorare gli angoli oscuri della sua terra e dell’animo umano, come aveva già fatto in Io non sono esterno. Anche in questo romanzo uno dei filoni narrativi verte sul rapporto di amore e odio tra padri e figli: Mimino, dopo la morte del padre, continua a sentire il peso del confronto, della sua anaffettività, e finanche a udirne la voce; Carmela, che ha subito da bambina la violenza del genitore, si lascia attraversare da tutti gli uomini per obnubilare quel torto antico; Salvatore e suo fratello si affrontano con i rispettivi clan in nome di un parricidio.

Ad accomunare tutti i personaggi è però l’aver commesso una qualche colpa o fatale distrazione che sono incapaci di riscattare; si tratta infatti di un romanzo corale, sebbene il protagonista principale sia “Mimino dei morti”, il becchino, l’unico a raccontare in prima persona. È lui che riesce ad amare Carmela per quello che è, che sa assistere con pazienza la madre che soffre di elefantiasi; è lui a prendersi cura con dedizione di Mirko, un bambino menomato che potrebbe aver compiuto un omicidio; è lui a sfidare Salvatore che, regolati i conti per l’egemonia criminale, concentra i propri desideri su Carmela; ma è anche lui a profanare i corpi dei defunti senza sapersene dare una ragione. Non mancano, infatti, i risvolti macabri, che caratterizzavano anche la precedente opera di Merico, ma non diventano quasi mai compiaciuti e si armonizzano senza stridore in una struttura narrativa solida e accattivante, dove sono ben calibrati epifanie e nuovi misteri, lungo le spirali di un vortice che non può che sfociare nel drammatico. Mimino stesso ammette: «la mia è soltanto una discesa senza freni e lo schianto non arriva mai».

Tutt’intorno una Puglia assolata e crudele, selvaggia e omertosa, che ricorda da vicino quella descritta da Omar Di Monopoli (non è un caso che sia firmato da lui il risvolto di copertina): «che sa di magia antica […] e di pelle dura e rossa o nera e di sudori cattivi e di gretto oscurantismo e di pistole nascoste in mezzo agli alberi di ulivo e di tangenti e di fianchi larghi di donne giovani e già vecchie e di cazzi duri dei loro mariti, di terra, umori, soldi rubati, ville abusive, sindaci collusi, preti, credenti, preghiere, maledizioni, parolacce, violenza, muscoli, spalle, lingue, e di forti, di più forti e di deboli, quelli che muoiono presto».

Innanzitutto chiediamo a Giuseppe Merico da dove attinga la sua scrittura queste tinte così fosche…

La mia narrativa nasce nel 2007 con un tentativo più o meno riuscito di assemblare racconti brevi, piccole illuminazioni le ho definite, o istantanee sulla realtà in una raccolta dal titolo Dita amputate con fedi nuziali pubblicata da un piccolo editore bolognese (Giraldi) e già allora, come suggerisci giustamente tu, anche quando partivo da una situazione che ammetteva spiragli, fiducia o comunque serenità, la direzione della narrazione sfociava nel macabro, nel ferale e pur non mancando svolte ironiche, era sempre l’inquietudine ad attirare la mia attenzione. Con la mia prova lunga poi, Io non sono esterno (Castelvecchi) del 2011 mi sono trovato di fronte a una storia scritta di getto che scavava molto in un incubo temuto, una sorta di orco che se ne stava nascosto nelle pieghe dell’apparente maturità con la quale ero giunto a passare da poco i 35. Ecco, credo che per me la scrittura sia un po’ questo, un’operazione di disseppellimento di ciò che cova dentro. Nel momento in cui mi sentirò più sereno, e non parlo del modo in cui mi approccio alla vita, ma di ciò che celiamo nel substrato, allora probabilmente scriverò una storia meno fosca, magari comica. Ci credo poco.

Come mai il rapporto padri-figli ha una tale preminenza nella tua opera e come mai non sembra mai poter essere sereno?

Mi rifaccio alla risposta che ti ho fornito prima, ampliandola. Vengo da una modesta famiglia della provincia di Brindisi, sono l’ultimo di quattro figli e sono cresciuto con un padre che pur non facendomi mancare nulla dal punto di vista materiale, lo ricordo, l’ho perduto tre anni fa, come una persona fortemente anaffettiva, incapace di dimostrarmi affetto nella maniera in cui avrei avuto bisogno. Il guardiano dei morti parla molto di lui, di me, e pur essendo inserito in un contesto fortemente narrativo lo posso a ben diritto definire un romanzo autobiografico che si collega nel mio “mood” mentale a Io non sono esterno. I due romanzi, nella mia testa sono in qualche modo collegati, li chiamo “i libri del padre”.

Giovanni Turi

Domani su www.puglialibre.it la seconda parte dell’intervista a Giuseppe Merico.