“Due tre croci sopra” di Piero Rossi

Con Due tre croci sopra. Romanzo sui percolati della politica con la p invisibile (Gelsorosso, pp. 168, euro 14,00) Piero Rossi è al suo secondo romanzo. Avevamo lasciato l’avvocato Devita (Cape Guastate, Manni, 2010) a riflettere, su una banchina del lungomare, su quella varia umanità incapace di dire grazie. Ci ritroviamo immersi in una nuova periferia umana che ruota e si dipana dalla «sezione elettorale duecentoventitre» a volte affollata come la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles e che ci rimanda mischiati i rumori e i sapori di una normalità a volte straniante attraverso i passanti in questa storia, specchio della crisi politica e morale che stiamo vivendo. Quasi come se improvvisamente fossimo immersi nella Vucciria di Guttuso, incapaci di fermarci su un particolare, perché sommersi e avvolti dal tutto, presi dai colori e dalle forme, che qui sono i protagonisti e le comparse di una storia gustosa, divertente e con un retrogusto amaro di quotidianità disillusa e disperante ma anche con una certa tenerezza e sfrontatezza e irritazione che sembra confinare e sconfinare con un coraggio un po’ temerario e un po’ fanfarone, che deve fare i conti con una violenza cui sembra che si possa reagire con solo altra violenza. Dalla paternità mancata del preside Michele Massari a quella preoccupata del ruvido Pasquale Carone detto lambretta; dalle macchinazioni elettorali del presidente della circoscrizione al broglietto dello stesso preside; fino alla sparatoria bulla e fanfarona; dall’assoluto clima di rassegnazione che si respira al quasi lieto fine, dove, come in un romanzo di Dickens, i buoni vedono la speranza del premio e i cattivi o la redenzione o l’inferno.

Non delude la seconda opera di Piero Rossi, che questa volta si cimenta con la pura invenzione letteraria, seppur attingendo al ricco patrimonio di tipi e soggetti che le sue molteplici attività civili gli fanno certamente incontrare. Quello che sembra contare di più non sono le storie personali o i personaggi in sé, a volte solo stereotipi di una varia umanità che ci sosta accanto e che guardiamo con un certo fastidio e superficialità, proprio perché non la vediamo, dove invece la penna di Rossi coglie l’essenziale, che diventa carburante per la storia di una collettività che va raccontando.

Il linguaggio, firma dell’autore e sua vera epifania, non ti lascia mai distrarre compreso com’è fra i leziosismi quasi involuti da liceo classico, ma mai fini a se stessi («lucidità ancora appannata dagli strascichi psicotropi della sostanza combusta e aspirata pochi minuti prima» come dire: ancora rincoglionito dalla canna che si era appena fumato) e la clava del dialetto, che continuamente ti riporta all’hic et nunc della condizione di questa fauna umana che non può riposare, ingoiata e affogata com’è da un sottobosco di politicanti, mezzecalzette, facinorosi e sbiadite comparse e poi da faticosi rapporti coniugali, violenza da strada e sentimenti da far quadrare. C’è anche l’innocenza di un bambino che fa entrare qualche raggio di sole e qualche picco di orgoglio che diventa rivalsa verso una quotidianità grigia e che fa dire al preside Massari, a giustificarsi con un’opinabile morale: «Non ho mai ambito ad essere onesto nella vita. Mi piacerebbe essere sempre giusto, questo sì».

Il contrappunto di questo linguaggio che è speculare anche al contrapporsi delle classi sociali e dei titoli di studio/non studio dei protagonisti, ma che si fonde bene nell’armonia del racconto, rende ricco il cammino della lettura che risulta, oltre che di estrema attualità, piacevole seppur piena di dolci sussulti, come una gita al mare fra vecchi amici in un’utilitaria con gli ammortizzatori da registrare.

Filippo De Bellis