“Parole sante”: intervista a Eva Clesis

Parole sante (Perdisa Pop, pp. 308, euro 16) di Eva Clesis si configura subito come un romanzo del Sud che ha per protagonisti la bigotta signora Magnano, vedova dell’ex sindaco di Comasia – paesino immaginario della Puglia meridionale –, e suo figlio Santo, reso storpio da una malattia, una giovane badante ucraina che non parla italiano, un sacerdote trafficone e il suo sagrestano delinquentello. È una storia di superstizione e di raggiri, che affonda le radici nel passato famigliare dell’agiata famiglia Magnano e che solo nel finale abbandona il tono scanzonato per avviarsi alla drammatica conclusione.

Come mai dopo E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco sei tornata a raccontare la tua terra?

Tranne nel caso del mio primo romanzo, questo è il terzo in cui ambiento le mie storie nel territorio pugliese. Direi quindi che la Puglia fa da filo conduttore e non semplicemente da elemento geografico. Traccia un percorso affettivo che mi permette una descrizione migliore e autentica non soltanto dei luoghi, ma anche delle abitudini e dei dialoghi che costituiscono lo spazio narrativo. Nutro particolare interesse per la provincia, specialmente per la piccola, frammentata provincia pugliese, e mi considero più una provinciale che una cittadina, benché sia originaria di Bari.

Perché tutti i protagonisti di Parole sante sono fondamentalmente soli? Né l’amore o l’amicizia e neanche la consuetudine sembrano poter creare tra loro una reale empatia.

Anche qui, credo che la solitudine dei miei personaggi sia una cosa che li accomuna tutti. Forse perché io stessa sono una solitaria. Penso all’empatia, una caratteristica che pure molti mi riconoscono a livello caratteriale, quasi in senso platonico. Non credo esista uno stato empatico nei rapporti umani, ma più un fenomeno empatico che rischiara la nostra esistenza in modo discontinuo. Sono profondamente pessimista, i personaggi dei miei libri rivelano questa frattura tra le relazioni affettive nel senso comune e una loro pretesa di autenticità.

Dopo Pendragon, Las Vegas, Newton Compton, sei approdata a Perdisa pop. Eppure non hai mai pubblicato con un editore pugliese…

Questa domanda mi è stata rivolta anche in passato, quasi che io abbia fatto esclusioni di sorta. In realtà io mi rivolgo agli editori che distribuiscono a livello nazionale (anche pugliesi), non sto mica a fare preferenze di territorio! L’unica proposta di pubblicazione che ho avuto da un editore pugliese, dopo l’esordio, è stata a pagamento. Per il resto le case editrici pugliesi mi conoscono, questo significa che sono state da me contattate e che non mi hanno considerata idonea al loro catalogo e alle loro scelte editoriali, non che io non abbia mai considerato loro, sia chiaro.

Da Carofiglio a D’Amicis, da Desiati a Lagioia e tanti altri: cosa pensi della letteratura made in Puglia?

Penso che sia anche femminile, tu mi citi solo nomi maschili, mentre il discorso è più ampio e include “le tante altre”. Siamo infatti in tanti e in tante della Puglia a scrivere, per lo più viviamo altrove ma abbiamo salde origini, e mi piacerebbe che avessimo anche un’identità comune, come accade agli scrittori di altre regioni, che si conoscono, si riconoscono, si apprezzano. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi, spronando il territorio a considerarci come una ricchezza culturale collettiva, una risorsa per la Puglia, non come piccioni viaggiatori ognuno con i propri scritti stretti nella zampina. Un bel festival degli scrittori pugliesi, o altre iniziative simili non sarebbero male. E se ci sono e non le conosco, per la sola letteratura made in Puglia, allora chiedo venia: invitatemi!

Giovanni Turi