“Generazione Ilva” di Tonio Attino

Sono trascorsi circa otto mesi da quel 26 luglio 2012 in cui, dopo giorni di attesa e di rumors dai corridoi della Procura di Taranto, venivano posti sotto sequestro l’area a caldo e altri impianti dell’Ilva di Taranto, e si disponeva l’arresto del patron Emilio Riva e di altri dirigenti del gruppo siderurgico. Da quel giorno la chiusura o il dissequestro degli impianti, e successivamente dei materiali prodotti, è diventato argomento di dibattito pubblico in tutta Italia, fino al crearsi, com’è d’abitudine, di due opposti schieramenti. Ben pochi tra giornalisti, politici e militanti di altre regioni italiane hanno considerato il profondo impatto che una soluzione decisa, nell’uno o nell’altro senso, della vicenda avrebbe avuto su Taranto e i tarantini. Sono questi ultimi i veri protagonisti di Generazione Ilva (Besa Editrice, pp. 192, euro 15), il reportage che Tonio Attino, giornalista del «Corriere del Mezzogiorno» dopo aver lavorato per molte altre testate locali e nazionali, ha dedicato alla questione dell’ex Italsider, inserendosi in un filone editoriale grazie al quale l’inchiesta, nelle sue forme molteplici, anche quelle più vicine alla narrativa, si sta dimostrando un genere ricco di spunti interessanti anche in Puglia.

La generazione del titolo è quella nata, insieme all’autore e allo stabilimento, nel 1960. La crescita imponente del dell’impianto negli anni successivi, «fino a diventare grande dieci volte di più del centro siderurgico napoletano di Bagnoli ed estendersi su un’area vasta quanto tutta Sesto San Giovanni», si accompagna a quella dell’autore e dei suoi compagni di classe, che dai banchi delle scuole elementari, medie e superiori assistono «narcotizzati dalla ricchezza e dal proliferare degli appalti»: «Un ciclope ci camminava sui piedi e noi pensavamo ad altro, rinchiusi nel vuoto spensierato della fanciullezza». Ma il libro di Attino non è soltanto il racconto di quella generazione, «fortunata e maledetta», ma «sconfitta», del 1960: in un continuo rimando di tempi (e di generazioni) tra un capitolo e l’altro, l’autore parla anche di chi, oggi, avrebbe dalla sua l’opportunità di immaginare, per sé e la propria città, una visione di più lungo respiro, quasi “un’utopia dei tempi lunghi”, e fa parte invece di una generazione di «giovani cui abbiamo passato il testimone e guardano l’orizzonte non vedendo nulla», in quella che «era una città normale», e che «ora non lo è più».

Per raccontare la storia dell’Italsider, poi Ilva, l’autore adopera anche aneddoti e ricordi dei viaggi a Taranto di suoi colleghi giornalisti. Primo tra tutti, quello di Walter Tobagi, nel 1979, otto mesi prima di essere ucciso da un commando di Prima Linea, con la sua definizione di “metalmezzadro” per indicare quei «contadini che si dividevano tra la fatica nelle campagne e il turno di lavoro in una fabbrica vicina alle loro tasche e lontanissima dalle loro anime». E poi quella, nel 1993, dell’inviato di “Panorama” Lanfranco Vaccari, accolto dalla batteria di luci dell’area industriale visibili già dal casello, e che ognuno che sia arrivato a Taranto in automobile conserva indelebilmente nella memoria. Ma Taranto non sarebbe Taranto senza la visita di Paolo VI e i gol di Iacovone, senza l’Arsenale Militare e le cozze e i mitilicoltori, anch’essi penalizzati dall’inquinamento: anche grazie a queste storie Attino riesce a produrre un ottimo reportage, solo in parte narrativo (perché «Taranto è già un romanzo se la descrivi così com’è»), che dipinge senza infingimenti, come recita il sottotitolo del volume, «la tragica parabola di una terra illusa dall’acciaio, tradita dallo Stato».

Stefano Savella