“Le ossa del Gabibbo” di Virginia Virilli presentato in Puglia

Virginia Virilli, spoletina, vive a Roma e Le ossa del Gabibbo (Feltrinelli, pp. 280, euro 15), il suo romanzo di esordio, è già un successo editoriale. Gira l’Italia con le sue presentazioni, è stata ospite della trasmissione di approfondimento culturale di La 7, Bookstore, e recensita a gennaio su La Repubblica da Elena Stancanelli. Venerdì 1° marzo ha fatto tappa a Gioia del Colle, presso la libreria La Librellula, e a Bari, presso la libreria Zaum.

Incontrare Virginia Virilli è una esperienza singolare. La sua giovane età la intrappola in una leggera ansia che traspare appena dallo sguardo e da qualche movimento delle mani che accompagnano i capelli all’indietro, scoprendo una fronte alta, ben disegnata, come tutti i lineamenti del viso. L’ansia gradualmente scompare quando Virginia comincia a parlare, a spiegare, a leggere, a cantare.

Le ossa del Gabibbo è un romanzo di formazione diviso in tre parti ognuna delle quali corrisponde ad un’età della protagonista, Virginia, che, alla fine del romanzo, proprio grazie alle esperienze che in esso racconta, costruisce, non senza fatica e dolore, il suo modo di essere e di relazionarsi al mondo che la circonda. Attraverso il percorso di crescita di Virginia vengono analizzate le diverse fasi della sua vita: la curiosità e la spensieratezza della fanciullezza; le difficoltà, le angosce e i conflitti dell’adolescenza; le prime dolorose consapevolezze, le inquietudini e le responsabilità dell’età adulta.

Il fil rouge del romanzo è la malattia della madre di Virginia, chiamata, per gioco, sempre con il suo cognome, Picozzi, una giovane donna bella, intelligente, realizzata nel lavoro e nella famiglia, malattia che stravolge le vite dei protagonisti e soprattutto quella di Virginia, sua figlia bambina, la cui crescita deve necessariamente fare i conti con la tragica realtà della sclerosi multipla della madre. Virginia cresce contemporaneamente alla malattia di Picozzi che, gradualmente, la trasforma in un vegetale, un semplice oggetto di cui prendersi cura, senza coscienza, senza volontà. Ci sono brani struggenti in cui tutto il dolore della donna malata emerge prepotente, insieme al rifiuto della malattia, respinta fino alla fine come un invasore. Altrettanto struggente è il dolore della figlia per la sofferenza della madre, amata profondamente. Non si indulge mai, tuttavia, nelle pagine del romanzo, alla compassione smielata ed il tono del racconto rimane sempre di grande dignità.

Virginia è di intelligenza vivace, ha una grande capacità di analizzare e comprendere il mondo che la circonda, cerca di superare le apparenze, per cogliere la complessa essenza delle cose. È a tratti fragile, ma sa essere combattiva e non ha paura di lasciarsi attraversare dalla vita, che vuole sperimentare pienamente, come sua madre, purtroppo, non ha potuto fare: è come se solo la sua capacità di abbracciare la vita possa assicurare il riscatto dalla malattia della madre.

Altro elemento fondamentale nel romanzo è l’ironia che permea la scrittura e rende la lettura piacevole e leggera, mettendo in secondo piano la malattia stessa e rendendola solo, evidentemente, un pretesto, un’occasione per parlare anche di altro.

La capacità introspettiva dell’autrice fa emergere in maniera chiara le caratteristiche psicologiche e la vita interiore dei personaggi che appaiono tutti ben strutturati e riconoscibili.

C’è nel romanzo anche un grande legame con il territorio, l’Umbria, e la storia degli anni in cui le vicende si svolgono. Si menzionano il Festival dei due Mondi di Spoleto, l’attentato di via D’Amelio, la guerra nella ex Jugoslavia: è forte il desiderio di contestualizzare, quasi a rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto si sta narrando. Tuttavia l’autrice unisce, alla capacità di descrivere la realtà, una fervida immaginazione che passa attraverso la sua lente deformante quella stessa realtà, rendendola più tollerabile.

Il linguaggio è asciutto, incisivo, fortemente evocativo. È sipario che si alza su una scena, rendendola immediatamente percepibile ai sensi del lettore, ed emotivamente coinvolgente. Spesso è senza filtro e spontaneo, diventa tratto caratteristico dei personaggi, qualcuno dei quali parla anche in dialetto. Virginia Virilli, del resto, sottomette il linguaggio e la sintassi alla sua creatività artistica e ne fa uno strumento di comunicazione inedito, che fa esplodere regole e significati, ricomponendoli in un codice nuovo, teso, vivo dall’inizio alla fine. Ci sono espressioni che grattano l’anima, veramente epifaniche delle situazioni e dei sentimenti descritti.

Non sarà sfuggita l’omonimia tra la protagonista e la scrittrice, ma, sottolinea l’autrice, le sue esperienze biografiche sono soltanto un punto di partenza per costruire un romanzo e dei personaggi che vivono di vita propria.

Orietta Limitone