“Invisibile è la tua vera patria” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Alle porte di molte città italiane si trovano complessi architettonici e impianti che negli ultimi decenni, giorno dopo giorno, hanno arricchito le fila di quella che viene definita “archeologia industriale”. Alcuni di queste grandi strutture, in verità, malgrado i segni del tempo che ne tradiscono l’età, sono ancora attive, pur se apparentemente in procinto di esalare l’ultima fumata, l’ultima colata, l’ultimo bloccaggio. Collegando i punti delle località in cui si trovano questi impianti industriali ne risulterebbe un reticolo che farebbe invidia alla rete ferroviaria; guardando ognuno di quei punti più da vicino, zoomando sulla circonferenza del raggio di un chilometro che ha al centro ogni impianto, scopriremmo altro silenzio, un abbandono che è partito dall’industria per mangiarsi il territorio. Isolate, tutt’intorno, piccole figure umane la cui storia è interamente immersa tra le lamiere, tra i liquidi, tra i macchinari di un tempo, dei quali restano oggi ruggine, vetri infranti, pozzi bui. Impianti morti da tempo, ma vivi nella memoria e in strutture più o meno fatiscenti che ne rappresentano il sepolcro. Archeologici, appunto.

Un viaggio in Italia tra queste testimonianze dell’«industria italiana che non c’è più» è quella che compie lo scrittore Giancarlo Liviano D’Arcangelo nel suo ultimo libro Invisibile è la tua vera patria (Il Saggiatore, pp. 254, euro 16). Nato nel 1977 e cresciuto a Martina Franca, l’autore attraversa in auto o più spesso a piedi quei territori che hanno visto, soprattutto nel corso del Novecento, crescere e poi declinare con tempi diversi (dalla storia quasi secolare dei Cantieri navali Florio di Palermo ai pochi anni della centrale nucleare di Baia Domizia) il mito dello sviluppo industriale italiano. Il paesaggio spettrale, talvolta lunare, che spesso lo insegue ricorda da vicino un’escursione tra i sepolcri. Eppure alcuni di essi provano ancora a resistere ai mutamenti, alle sentenze di morte pronunciate nei tribunali: è il caso, peraltro letterale, dell’Ilva di Taranto, che l’autore visita nel primo capitolo del libro in compagnia di un personaggio, Amedeo N., che ha perso la vista negli anni dell’ampliamento dello stabilimento siderurgico e che gli fa scoprire la storia del Campo Sant’Andrea, un campo di concentramento britannico della seconda guerra mondiale. Poco più avanti, visto da una strada adiacente al quartiere Tamburi, «Tutto è decadente, fatiscente. Le crepe, i vasti frantumi di intonaco, i calcinacci, i crateri nell’asfalto ravvisano che presto tutto ciò che vedo sarà archeologia».

Anche nel viaggio successivo, nei dintorni della centrale elettronucleare sul fiume Garigliano, in Campania, l’autore si accompagna a un altro personaggio dai contorni squisitamente letterari: Doppiacoppia, un ex allevatore che ha visto nascere animali con malformazioni mostruose negli anni subito successivi alla costruzione dell’impianto, spento nel 1978 e chiuso definitivamente nel 1982. Vendendo a un ricco collezionista americano la carcassa di un suo vitello bicefalo, aveva venduto la terra e acquistato una sala giochi: «Tutto qui è fallimento. Fallimento umano, tecnologico, razionale, politico». Non così era, in origine, all’Olivetti di Ivrea: nel ricordo di se stesso, bambino, colto a digitare i tasti di una macchina da scrivere, la «splendida e ancora funzionante Valentine rosso fuoco, come la Ferrari o le fragole», D’Arcangelo tocca uno dei punti più palpitanti del suo libro. Seguono i reportage dai complessi industriali dei Crespi, in Lombardia, e dei Florio, in Sicilia, fino all’immensa miniera dismessa di Montevecchio, nel Medio Campidano, la cui storia è rivista attraverso gli ogu e origa, gli occhi e le orecchie di Su Pisittu, «caporale, delatore e confidente irriducibile di informazioni riservate, carpite a tradimento qui e là per volere e vantaggio esclusivo della proprietà e ai danni di centinaia di lavoratori». Fu lui a provare a opporsi nel 1961, scovando e licenziando molti operai iscritti al movimento sindacale, allo sciopero con il quale i lavoratori della miniera riuscirono a abolire il Patto aziendale in vigore dal 1949. Eppure nessuno degli impianti siderurgici, manifatturieri, industriali di cui il libro affronta le storie è evocativo del declino italiano quanto il Luneur, il luna park abbandonato di Roma. Ad esso D’Arcangelo dedica l’ultimo capitolo, innervato da insistenti rimandi ai ricordi della sua adolescenza con il luna park itinerante che faceva tappa nel suo paese nei giorni della festa patronale. Nelle «carcasse abbandonate di vecchi punti ristoro, gelaterie, rivenditori di hot dog e zucchero filato» del Luneur è facile notare come ogni oggetto appartenga a «un irreversibile stato prearcheologico»: sono quei reperti, quel suo «carattere ibrido […] tra fiera antica e ipermercato», a collocarlo nella terra di mezzo, di tutti e di nessuno, popolata dai fantasmi dello sviluppo industriale italiano che è stato e chissà se sarà.

Stefano Savella