“Non c’è Cuore” di Antonella e Franco Caprio

Non c’è Cuore (Betelgeuse, pp. 264, euro 14) di Antonella e Franco Caprio è un ritratto cinico – come suggerisce il sottotitolo – della scuola, dell’infanzia perduta, della nostra società corruttrice, attraverso una composita raccolta di materiali verosimili: dalle pagine del diario di una ragazzina disadattata (Pamela) ai temi svolti in classe e, soprattutto, al fitto scambio di e-mail tra un’anziana maestra (Mirella) e una giovane precaria dell’insegnamento (Silvia) alle prese con una quarta elementare a dir poco problematica: «Sapevo benissimo che la De Amicis non è frequentata da uno stuolo di collegiali britannici in divisa, ma consapevole di alcune difficoltà che avrei incontrato mi rincuoravo pensando che nella peggiore delle evenienze si trattava pur sempre di bambini. Bambini? Ma che dico? È stata un’orda di barbari quella che mi sono trovata davanti». E non è che l’inizio, le valutazioni di Silvia diventeranno, infatti, via via ancor più drastiche…

Come mai dopo gli ottimi riscontri del Segreto del gelso bianco, romanzo sulla Puglia rurale del secolo scorso, avete completamente rinnovato stile e ambientazione?

Antonella: Perché questo è il nostro modo di essere scrittori. Senza lasciarsi condizionare da mode e tendenze. Senza avere il desiderio di cavalcare l’onda, non diciamo di un successo, ma possiamo dire di un riconoscimento di pubblico e di addetti ai lavori.

Eravamo esenti dalla voglia di plagiare noi stessi per avere la certezza di piacere a uno “zoccolo duro” di estimatori, col rischio però di ripeterci e annoiare oltre che di annoiarci. Altrimenti, così facendo, l’emozione della scrittura e la voglia di offrire sempre nuove emozioni al lettore si trasformerebbe in un lavoro quasi impiegatizio… e quello, noi, purtroppo, o visti i tempi sarebbe meglio dire per fortuna, già lo abbiamo. È nostro desiderio sperimentare, percorrere nuove strade, rinnovarsi, almeno nella tipologia di storia, ma quando possibile anche nello stile e nella struttura narrativa e linguistica. È certo un percorso non facile, ma per noi più emozionante. Un’impresa più rischiosa, editorialmente parlando,  anche se dai primi riscontri avuti dai lettori possiamo ritenerci soddisfatti.

La visione della scuola e dei bambini che emerge da Non c’è Cuore scinde il binomio infanzia-candore; come si è verificato questo cambiamento e quali strade percorrere per redimerci dai mali che denunciate (il voyerismo dell’informazione, la disattenzione delle famiglie, la perdita di mordente dei docenti)?

Franco: Noi la “ricetta” giusta non la sappiamo e né pretendiamo di darla nel nostro romanzo, il quale descrive in modo “asciutto” i fatti. È compito del lettore riflettere e porsi domande su quale potrebbe essere la strada da percorrere per redimerci.

Forse il cambiamento è iniziato da quando ai bambini abbiamo incominciato a mostrare modelli non edificanti, da quando, come dice Mirella (un nostro personaggio), all’ipocrisia dei “vizi privati e pubbliche virtù” la società globalizzata, commercializzata e sempre più spregiudicata, non solo nei costumi ma anche nella politica e nell’economia, ha iniziato a proporre modelli che ostentano il vizio, la corruzione, l’arrivismo sociale, facendosene addirittura vanto. E i bambini che da sempre crescono emulando il mondo degli adulti non possono che ricalcare questi modelli educativi poco condivisibili e difficili da arginare. Un compito gravoso che non sempre scuola e famiglia riescono a sostenere. Scuola e famiglia che, insieme ai bambini, sono le vittime del mondo che descriviamo in Non c’è Cuore, un’opera che, ricordiamo, attinge nella quasi totalità a fatti realmente accaduti e che noi con libertà abbiamo romanzato.

La soluzione sta come sempre nel non indicare solo i difetti nel prossimo, ma iniziare a vivere dando l’esempio con una scelta etica che rispetti il prossimo, le leggi, i beni comuni e la natura e, in fin dei conti, noi stessi. Poi scuola e genitori devono lavorare insieme e fare in modo che la loro forza sinergica e determinazione vengano colte da chi produce e commercializza prodotti e giochi per l’infanzia, da chi fa TV e informazione. Poi, bisogna riconoscere che qualunque storico in qualunque epoca sia vissuto ha sicuramente dato giudizi severi sulla società del suo tempo, poiché l’evoluzione naturale dei costumi è molto più rapida della nostra capacità di adeguarci ai cambiamenti e pertanto… «Penso che tutti noi siamo impreparati a quello che verrà, qualsiasi forma prenda» giusto per citare Cormac McCarthy in Non è un paese per vecchi.

Quali sono state le reazioni dei docenti e dei genitori che hanno letto il vostro romanzo?

Antonella: Genitori e insegnanti hanno molto apprezzato la scrittura e la struttura del romanzo, ritenute attuali, dinamiche e coinvolgenti. I fatti narrati, invece, sono stati considerati sconvolgenti poiché capaci di aver acceso i riflettori su verità (spesso nascoste) in modo crudo e diretto, ma non per questo fuori dal comune, anzi, i fatti sono stati ritenuti molto pertinenti con la realtà. Alcuni docenti si sono ritrovati nella propria esperienza quotidiana e in alcuni casi hanno riferito di aver visto sotto una luce diversa situazioni che magari, nel loro passato, avevano sottovalutato. Resta comunque il fatto che la scuola, nel nostro romanzo, è solo il “palcoscenico” dove si svolge la “scena” ma il vero luogo del dramma è all’interno della nostra società. E di questo la maggior parte dei genitori e degli insegnanti ne sono consapevoli, tant’è che abbiamo già richieste di presentazioni nelle scuole (dalle medie in su) ritenendo, il nostro libro, un buon testo da proporre anche ai giovani lettori.

La prossima sarà ancora un’opera a quattro mani, ci state già lavorando?

Franco: Sì! Ed è quasi pronta. Manca la fase finale di seriale rilettura e revisione contestuale, cioè a vere e proprie quattro mani.

Anche in questo caso si tratta di un’opera nuova per storia, ambientazione, struttura narrativa, linguaggio e stile… speriamo in bene!

Giovanni Turi