“Dal confino” di Antonio Lillo

Sono gli interni di un appartamento a dominare la scena e a rappresentare il “confino” a cui lo scrittore è relegato, espulso dalle relazioni sentimentali, dal mondo del lavoro, dalle amicizie perdute. Il confino è quello che dà il titolo all’ultima raccolta di poesie e brevi prose di Antonio Lillo, pubblicata da Pietre Vive (pp. 106, euro 10), impreziosita da quattro illustrazioni in acquaforte di Linda Aquaro. Proprio le illustrazioni, stampate su una carta diversa dal resto della pubblicazione, sono funzionali a rendere la veste grafica tutta giocata sul contrasto tra bianco e nero, come appare già dal frontespizio e dalla stessa copertina, curiosamente senza titolo e senza il nome dell’autore: quasi che il “confino” si materializzi fin dal primo momento possibile, escludendo l’autore dalla posizione che tradizionalmente gli è dovuta.

I testi contenuti nella raccolta risalgono, come è scritto in una nota introduttiva, tra il 2006 e il 2007. In origine il “confino” avrebbe dovuto essere identificato con più precisione nella vita di paese e nel Sud in generale (Lillo vive a Locorotondo); ma come sottolinea lo stesso autore, questa rappresentazione è in verità perlopiù sfuggente, e il “Sud” che fa sfondo ai versi e alle prose è più un “Sud” dell’anima che un territorio geograficamente delimitato. Ciò è dovuto probabilmente anche all’elemento che si citava in apertura, vale a dire la presenza insistita di interni, stanze chiuse, vissute nell’intimità di una vita solitaria o in compagnia di qualche gatto, altro elemento non casualmente frequente. All’interno dell’appartamento – e qui si coglie forse con più precisione il riferimento alla vita di paese al Sud – è la cucina, con il suo odore persistente di caffè, la stanza dalla quale l’autore preferisce guardare intorno e dentro di sé: «Qui al confino / c’è sempre un silenzio imbarazzato. / Si attende apprensivi / che il rito del caffè si ripeta identico / quattro volte al giorno». O ancora, con una variazione sul tema: «È un indizio quella bustina da tè / del passaggio per la cucina di mia madre / ora sparita dalla stanza. […] / Osservo quel fiammifero corto, accorciato, / nero. […] / Lo metto da parte / per le conclusioni finali».

L’intima solitudine dell’autore, che trova i suoi accenti più riusciti nella disincantata quotidianità dei versi di L’ultimissima cena,  si riverbera però anche in occasione di altre ambientazioni: come nelle liriche de L’alluvione, un viaggio in treno funestato da un diluvio («La pioggia s’è mangiata i binari, / sommersi non li ha più restituiti»), in cui l’autore sa di avere «Un’unica certezza su di te, che tu / non sarai al mio fianco»; o ancora in Furto in libreria, un testo in prosa tra i più interessanti della raccolta, in cui l’immagine dello scrittore che strappa di nascosto la pagina di un libro dopo un incontro fugace e senza seguito con una turista francese a Roma, esemplifica quella che anche in altre liriche era apparsa come la via di fuga privilegiata: la lettura, e in primo luogo la poesia (di Loi, di Erba): «Quando l’ho lasciata per sempre, euforico e stordito, senza una foto o una frase da tenermi di lei, mi sono infilato in una libreria come per rifugiarmi in un mondo perfetto».

Stefano Savella